Se siete tra quelli che controllano con scrupolo la provenienza dei pomodori prima di metterli nel carrello, prendete nota. Potrebbe diventare un po’ più complicato.
Un gruppo di ricercatori dell’Università Ebraica di Gerusalemme ha individuato infatti un meccanismo genetico che potrebbe consentire alle piante di pomodoro di produrre frutti anche quando il freddo mette in difficoltà il normale processo di fecondazione. Lo studio è stato pubblicato sulla rivista scientifica New Phytologist ed è stato condotto dalla professoressa Naomi Ori e dal ricercatore Nave Man, insieme a studiosi del Leibniz Institute of Plant Biochemistry in Germania e dell’Organizzazione israeliana per la ricerca agricola, il Volcani Institute.
La faccenda riguarda un problema molto concreto. Per arrivare al pomodoro che tagliamo nell’insalata occorre che una serie piuttosto delicata di passaggi avvenga nel momento giusto: sviluppo degli organi riproduttivi del fiore, rilascio del polline, fecondazione e formazione del frutto. Le temperature troppo basse possono mandare in crisi il meccanismo, riducendo la vitalità del polline e quindi il raccolto.
I ricercatori hanno lavorato sul sistema con cui la pianta risponde all’auxina, un ormone fondamentale per la crescita e la riproduzione. Utilizzando CRISPR, la tecnologia che permette di intervenire in maniera mirata sul DNA, hanno modificato alcuni elementi del sistema genetico miR167-ARF8. Una particolare combinazione delle modifiche ha prodotto un risultato sorprendente: le piante hanno cominciato a sviluppare pomodori anche senza fecondazione.
Il fenomeno ha un nome, partenocarpia, e in natura esiste già. Il frutto si sviluppa dall’ovario senza che l’ovulo venga fecondato. Risultato collaterale assai facile da riconoscere: pomodori senza semi.Poi è arrivato l’inverno e la differenza si è fatta molto più interessante. Negli esperimenti in serra condotti durante la stagione fredda, all’inizio del ciclo produttivo le piante modificate hanno sviluppato oltre 18 volte il numero di frutti rispetto a quelle normali. È bene precisarlo: questo dato non significa che la produzione agricola finale sia stata moltiplicata per diciotto. Alla raccolta, però, il vantaggio restava enorme: sei volte più pomodori maturi e un peso complessivo dei frutti rossi dieci volte superiore rispetto alle piante di controllo. Gran parte dei pomodori delle piante modificate era già diventata rossa quando molti di quelli delle piante tradizionali erano ancora verdi. Le piante risultavano inoltre più compatte, indirizzando una quota maggiore delle proprie risorse verso i frutti anziché verso foglie e fusti.
Siamo ancora alla ricerca sperimentale. Prima che questi pomodori possano arrivare sui mercati occorrerà verificare come le modifiche incidano sulle varietà commerciali e, soprattutto, su dimensioni, sapore e qualità del prodotto. Il punto interessante va oltre il pomodoro. Temperature estreme, fredde e calde, possono compromettere la fecondazione delle colture e il cambiamento climatico rende sempre più importante riuscire a garantire raccolti in condizioni ambientali difficili.
Capire come intervenire sul meccanismo che governa la formazione del frutto potrebbe quindi contribuire ad allungare le stagioni produttive, stabilizzare i raccolti e ridurre la dipendenza dell’agricoltura da finestre climatiche sempre più imprevedibili.Tutto questo arriva dall’Università Ebraica di Gerusalemme, dal Volcani Institute e da una collaborazione scientifica israelo-tedesca.Perciò, cari boicottatori, attenzione al prossimo pomodoro. Quello israeliano potrebbe avere il pessimo vizio di crescere quando gli altri si rifiutano di farlo.