È morto a 89 anni Yehuda Atlas, uno degli scrittori che più profondamente hanno segnato la letteratura israeliana per l’infanzia. Il suo nome resta legato soprattutto a VehaYeled Hazé Hu Ani (letteralmente “E questo bambino sono io”), pubblicato nel 1977 e diventato qualcosa di più di un libro per ragazzi: un piccolo classico nazionale, letto da generazioni di bambini israeliani, ripubblicato, musicato e portato sulle scene.
In Italia Atlas è praticamente sconosciuto. E, per quanto risulta dai cataloghi bibliografici consultabili, il suo libro più celebre non è mai stato pubblicato in traduzione italiana. Esiste invece un’edizione inglese, It’s Me, uscita nel 1985 nella traduzione di Roslyn Lacks. È un’assenza curiosa, perché il successo di Atlas nasce proprio da una qualità capace di attraversare lingue e generazioni: la straordinaria semplicità con cui riusciva a restituire la voce dei bambini.
VehaYeled Hazé Hu Ani raccoglie brevi poesie nelle quali a parlare è un bambino. Ci sono i genitori che sembrano non capire, le piccole ingiustizie, le gelosie, le paure, la rabbia, i desideri inspiegabili, il bisogno di essere ascoltati. Atlas scriveva in un ebraico diretto, quotidiano, apparentemente elementare. Dietro quella semplicità c’era una scelta letteraria precisa: prendere sul serio l’infanzia senza trasformarla in una lezione impartita dagli adulti.
Fu anche per questo che il libro rappresentò una novità nella letteratura israeliana per ragazzi. Il bambino di Atlas poteva essere capriccioso, contraddittorio, egoista, tenero, furioso. Poteva pensare che i grandi sbagliassero. Soprattutto poteva parlare con la propria voce. Il successo fu immediato e il libro aprì una serie che avrebbe accompagnato Atlas per molti anni. La Biblioteca Pijama, uno dei principali programmi israeliani dedicati alla lettura infantile, lo definisce ancora oggi un amatissimo classico israeliano.
Atlas era nato nel 1937 nel moshav Ein Iron, vicino a Karkur e Pardes Hanna, da una famiglia di agricoltori. Studiò a Karkur e poi a Hadera, prestò servizio nella Brigata Golani e frequentò studi di orientalistica e filosofia all’Università di Tel Aviv. Prima di diventare uno degli autori per ragazzi più conosciuti del Paese, attraversò a lungo il mondo del giornalismo. Lavorò per Yedioth Ahronoth, dove ricoprì diversi incarichi editoriali e si occupò anche sistematicamente di libri e autori per l’infanzia.
La sua attività fu molto più ampia della produzione poetica. Tradusse, curò libri, studiò la letteratura per ragazzi e contribuì a darle uno statuto culturale pieno, sottraendola all’idea che scrivere per i bambini fosse una forma minore di letteratura. Negli ultimi anni dedicò inoltre attenzione ai bambini in situazioni di disagio e pericolo, trasformando una sensibilità letteraria in impegno civile.
Il suo libro più famoso entrò anche nella cultura popolare israeliana. Le poesie furono messe in musica e nel 1979 ne venne realizzato un disco con musiche e arrangiamenti di Avner Kenner e la partecipazione, tra gli altri, di David Broza. Era ormai accaduto qualcosa che capita a pochissimi libri: quelle parole erano uscite dalle pagine ed erano entrate nella memoria collettiva.
Per questo la morte di Yehuda Atlas riguarda qualcosa di più della letteratura per l’infanzia. Israele perde uno scrittore che aveva trovato una lingua per raccontare ciò che spesso gli adulti dimenticano: il mondo visto da un metro e venti di altezza può essere immenso, complicato, doloroso e meraviglioso quanto quello dei grandi.
E forse il segreto della longevità dei suoi versi sta proprio lì. Il bambino del titolo era Atlas, erano i suoi piccoli lettori, e con il passare degli anni è diventato anche l’adulto che, riaprendo quelle pagine, riconosce improvvisamente qualcuno che credeva di avere lasciato molto tempo fa.