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Bensoussan: il sionismo alla prova del 7 ottobre

Storico della Shoah e del mondo ebraico, è una delle voci più autorevoli e controverse del dibattito francese sull’antisemitismo e sull’identità europea

Sarah Cattan

Tempo di Lettura: 33 min
Bensoussan: il sionismo alla prova del 7 ottobre

Alla vigilia del terzo anniversario del 7 ottobre, Sarah Cattan intervista Georges Bensoussan per HaBayta. Dal «fallimento salutare» che lo storico individua nel 7 ottobre alle fratture che attraversano oggi la società israeliana, l’intervista ripercorre la promessa del sionismo, la sovranità e la vulnerabilità ebraiche, l’accusa di colonialismo, il riemergere dell’odio antiebraico e il suo rapporto personale con la Francia.
Al termine di questo lungo colloquio, Bensoussan formula una distinzione significativa: esprime fiducia nel futuro del sionismo, che concepisce come un processo di emancipazione dell’essere ebreo non conclusosi con la nascita dello Stato, ma considera più preoccupante la questione della stessa sopravvivenza dello Stato d’Israele, minacciata, a suo giudizio, innanzitutto dalle proprie fratture interne. Un’intervista approfondita, senza eludere le questioni più difficili, riletta integralmente dall’avvocato Michel Laval.

Lei conclude ‘Una nuova storia del sionismo’ nel 1950. Se dovesse scrivere oggi il capitolo che inizia il 7 ottobre 2023, quale titolo gli darebbe?

Senza alcuno spirito di sterile provocazione, lo intitolerei «un fallimento salutare», perché, come dopo il trauma della guerra del Kippur, esattamente cinquant’anni prima, il massacro genocidario del 7 ottobre 2023 ha indotto la società israeliana a interrogarsi su una certa arroganza, a rimettersi in discussione, dopo aver sottovalutato il nemico e sopravvalutato se stessa. È dallo shock seguito al Kippur del 1973, e naturalmente dalle trasformazioni della società israeliana, che è nata la svolta del 1977, quando per la prima volta l’opposizione di destra è arrivata al potere.

Il suo libro racconta come un popolo vissuto in una condizione di dipendenza politica abbia deciso di tornare a essere soggetto della propria storia. Il 7 ottobre ha rivelato che la sovranità ebraica non aveva eliminato la vulnerabilità degli ebrei?

La sovranità ebraica rappresentata dal sionismo politico non ha mai preteso di abolire la vulnerabilità degli ebrei. La sovranità dà vita a una nazione israeliana che non ha nulla a che vedere con il concetto di comunità ebraica. In altre parole, lo Stato d’Israele è uno Stato-nazione, non una comunità ebraica in più. L’assalto alla nave Altalena, nel giugno 1948, sulle spiagge di Tel Aviv, ne è un esempio. Ben Gurion ordina di sparare con i cannoni contro il mercantile noleggiato dall’Irgun di Menachem Begin, che intendeva riservare alla propria milizia una parte delle armi trasportate. Per Ben Gurion era inaccettabile. Uno Stato, un esercito, uno soltanto. Il seguito è noto. È quel giorno che è stato fondato lo Stato d’Israele.
Pensare che la vulnerabilità degli ebrei potesse scomparire dopo la nascita dello Stato d’Israele significa dimenticare che da secoli l’odio antiebraico era percepito come una malattia, una «malattia mentale», secondo il medico ebreo di Odessa Leon Pinsker in Autoemancipazione (1882). Vent’anni prima, nel 1862, Moses Hess vedeva prepararsi in Germania un’ondata di barbarie pronta a dilagare. Heinrich Heine lo diceva trent’anni prima di lui e, alla fine del XIX secolo, i pionieri del sionismo russo, Lilienblum, Smolenskin, Ahad Haam e altri ancora, avevano compreso che questa patologia mentale non sarebbe scomparsa tanto presto.
I fondatori dello Stato-nazione d’Israele non hanno mai preteso di porre fine alla vulnerabilità degli ebrei della diaspora. Ciò che contava, e che conta ancora oggi, è comprendere i meccanismi della passione antiebraica e ciò che il segno ebraico rappresenta nell’immaginario delle società occidentali e musulmane, là dove l’antigiudaismo ha assunto un’importanza tale da costituire talvolta una vera e propria visione del mondo.

Al cuore del sionismo vi era una promessa molto concreta: gli ebrei non sarebbero mai più rimasti senza difesa. Dopo il 7 ottobre, quella promessa è intatta, ferita o smentita?

Il 7 ottobre è stato un fallimento militare, logistico e politico, la cui responsabilità ricade in primo luogo sul potere civile che comanda quello militare. La responsabilità di questo fallimento ricade anche sullo stato maggiore e, in particolare, su quanti, ai vertici dell’intelligence, non avevano preso sul serio gli avvertimenti delle osservatrici sul campo. Gli stessi errori, la stessa presunzione, la stessa arroganza e la stessa ristrettezza di vedute della vigilia della guerra del Kippur nel 1973.
Detto questo, non sono stati gli ebrei a ritrovarsi senza difesa il 7 ottobre: sono state la nazione e l’esercito israeliani a subire una sconfitta per alcune ore. In che modo ciò metterebbe in discussione la fondatezza del sionismo?
Bisogna collocare quanto accaduto il 7 ottobre nella lunga storia di questo conflitto (quasi 140 anni…), bisogna relativizzarlo, anche se si è trattato di un terremoto per la società israeliana e per le comunità ebraiche del mondo intero.
Quanto accaduto l’8 ottobre è forse ancora più significativo del massacro genocidario del giorno precedente, dei 1.221 assassinati e dei 254 ostaggi condotti in prigionia. Si è parlato di un’«ondata mondiale di odio» anti-israeliano, dimenticando che buona parte dell’umanità, a cominciare dai popoli della Cina e dell’India, quasi tre miliardi di individui, non si interessa minimamente a questo conflitto.
In gran parte dell’Occidente e, a maggior ragione, nel mondo arabo-musulmano, si è assistito, in certi ambienti, a una potente ondata anti-israeliana, testimoniata dai 25 minuti di ovazione riservati al film israeliano NAZA, recentemente premiato a Venezia. Del resto, più del film stesso — un pamphlet militante come tanti altri, costruito su testimonianze non verificate — ci interessano quei 25 minuti di ovazione a Venezia. Nel settembre 1940, nella stessa Venezia, venti minuti di standing ovation erano stati riservati al film Süss l’ebreo. Non si tratta, evidentemente, di accostare i due film, ma soltanto di mostrare la forza del conformismo acritico e la stupidità dei comportamenti gregari.

Lei dimostra che il sionismo non è nato da Auschwitz e che dunque non può essere ridotto a una sorta di compensazione concessa agli ebrei dopo la Shoah. Perché questa falsificazione cronologica è diventata oggi così efficace sul piano politico?

Diciotto anni fa avevo dedicato un intero libro (Un nom impérissable, Seuil, 2008) a questo errore diffuso, secondo cui lo Stato d’Israele sarebbe nato dalla Shoah. Diciotto anni dopo, il pregiudizio è tenace. È un’occasione, per l’intellettuale, di non perdere mai un minimo di umiltà.
Ma non è in gioco soltanto l’ignoranza. Certo, essa svolge un ruolo fondamentale, che si tende a sottovalutare mentre la lettura è sempre più in declino. Verrà un giorno in cui il sapere che contribuisce a civilizzare il mondo si concentrerà in ambienti ristretti, come nei monasteri dell’Alto Medioevo che avevano raccolto l’eredità greca e romana.
Detto questo, quando non si tratta di ignoranza, far derivare lo Stato d’Israele dalla Shoah persegue uno scopo politico ben preciso: fondare la legittimità di quello Stato sul genocidio degli ebrei. Dal momento in cui da tre anni si ripete come una verità evidente che lo Stato d’Israele sta commettendo un genocidio a Gaza, si delegittima quello Stato che si pretende nato da un genocidio. Ed è proprio questo l’obiettivo perseguito: una delegittimazione preliminare alla distruzione. Perché è di questo che si tratta, della distruzione futura. Si tratta di far penetrare lentamente nelle coscienze l’idea di uno Stato nato dal colonialismo, dal razzismo e dal senso di colpa degli europei nei confronti degli ebrei subito dopo la guerra, una colpa che avrebbero scaricato sui popoli arabi del Vicino Oriente. Se lo Stato d’Israele, rimprovero vivente della nostra colpa, diventa a sua volta colpevole di genocidio, perde ogni legittimità ai nostri occhi e perfino la propria ragion d’essere nel «concerto delle nazioni».
Inoltre, l’operazione comporta un vantaggio secondario: far dimenticare le radici orientali del sionismo, ossia il modo in cui il cosiddetto Yishuv sefardita anteriore al 1880 pose le basi del futuro Stato d’Israele. In maggioranza sionista, questo Yishuv sefardita incarnava una liberazione rispetto all’islam e in particolare rispetto allo statuto di dhimmi riservato ai «popoli del Libro», ebrei e cristiani, fin dai primi tempi dell’islam. Del resto, i turchi non si sbagliano quando parlano di una «nuova questione nazionale», alla stregua della «questione curda» o della «questione armena». E con lo stesso significato della lotta condotta dalla Grecia contro gli ottomani negli anni Venti dell’Ottocento.
Rinchiudere la legittimità dello Stato d’Israele nella tragedia della Shoah significa ricondurre lo Stato ebraico nell’alveo esclusivo dell’Europa e, di conseguenza, sottolinearne l’illegittimità quale emanazione dell’Occidente europeo e colonialista. Si trascura così il fatto che lo Stato d’Israele e il sionismo delle origini nello Yishuv sono figli dell’Oriente, quando, attraverso la rinascita della lingua ebraica, quest’ultimo comincia a emanciparsi dalla tutela dell’islam. In altri termini, prende avvio una lotta di decolonizzazione. È questa dimensione del sionismo a essere deliberatamente occultata: la liberazione dalla soggezione violenta imposta dall’islam ai «popoli del Libro», questi protetti inferiori per definizione perché totalmente dipendenti dal padrone musulmano. Nonostante i tentativi di un piccolo gruppo di «intellettuali progressisti» di dipingere con colori più rosei la condizione ebraica nelle terre dell’islam, fino alla partenza dell’ultimo ebreo si è trattato di una condizione di dominazione.

Perché il sionismo, movimento di emancipazione nazionale nato nel XIX secolo, è oggi l’unico movimento nazionale al quale si chiede abitualmente di giustificare non la propria politica, ma la propria stessa esistenza?

Fin dalla sua nascita, nell’ultimo terzo del XIX secolo, il sionismo è risultato insopportabile tanto alla coscienza occidentale quanto a quella musulmana: due universi mentali nati da un terreno ebraico del quale non possono liberarsi, pur desiderando cancellarlo. Per questi mondi segnati da un’origine insieme nutriente e avvelenata, il ritorno di una sovranità ebraica è inconcepibile. Il mondo occidentale è quello di una teologia cristiana che, fin dai Padri della Chiesa dei primi secoli, ha fatto dell’ebraismo una religione decaduta e degli ebrei un popolo abbandonato da Dio. La sorte miserabile degli ebrei doveva attestare che la scelta divina era passata dall’Israele secondo la carne all’Israele secondo lo spirito. Da quel messaggio iniziale, e in particolare dall’incontro di Seelisberg del 1947, è stato intrapreso un ampio lavoro ebraico e cristiano. Già prima della guerra erano state poste alcune pietre miliari grazie all’impegno di un uomo come Jacques Maritain, per citarne uno soltanto. Nel dopoguerra, Jules Isaac, Jacques Madaule, Jacques Maritain, Henri-Irénée Marrou e altri contribuirono all’elaborazione della dichiarazione Nostra Aetate (1965), che modifica sostanzialmente il messaggio cristiano nei confronti degli ebrei. Detto questo, siamo certi che quel messaggio sia penetrato fino in fondo nel popolo cristiano? È riuscito a cancellare gli effetti deleteri di un antigiudaismo strutturale, che ha plasmato mentalità nelle quali un tempo «l’ebreo» rappresentava il segno della perfidia, se non più in generale del male?
Oggi l’antigiudaismo nel mondo arabo-musulmano è assai peggiore, naturalmente aggravato dal conflitto. Il mondo musulmano ha ereditato i principali schemi dell’antisemitismo cristiano, in particolare l’accusa del delitto rituale. È così che il più celebre falso antiebraico di origine russa (1903) del mondo occidentale, i Protocolli dei Savi di Sion, è uno dei maggiori successi editoriali nell’Oriente arabo-musulmano.
In Occidente, la memoria del genocidio ha a lungo impedito la libera espressione dell’antigiudaismo. Ma questa barriera è caduta e assistiamo non tanto a un «ritorno del rimosso», quanto alla riemersione di un divieto che non era mai stato davvero sradicato.

Le parole con cui oggi si giudica Israele

La parola «coloniale» è diventata l’accusa principale rivolta a Israele. È ancora una categoria storica, quando la si applica al sionismo, oppure siamo passati dalla storia al lessico della condanna?

Chiunque possieda un minimo di cultura storica comprende che la parola «coloniale», ripetuta ossessivamente da tre anni, serve a stigmatizzare lo Stato d’Israele e a condannarlo non per ciò che fa, ma per ciò che è: uno Stato coloniale, artificiale e destinato a scomparire.
La storia ha abbandonato il terreno scientifico per assumere le vesti di un processo permanente. Pronunciare una condanna morale vi collocherà immediatamente nel campo del bene. L’eliminazione simbolica dell’avversario, la sua morte sociale, farà di voi un modello di virtù civica. L’epoca del «processo permanente» di cui parlava Camus ne L’uomo in rivolta (1951), quella «percezione totalitaria della società», secondo le sue parole, evoca un’epoca di ordine morale. Ma qui non è più monsignor Dupanloup a officiare alla testa della Chiesa contraria alla Repubblica dopo la Comune di Parigi: sono alcuni media sovvenzionati con denaro pubblico, «cani da guardia» nel senso del libro omonimo di Paul Nizan (1932). La destra clericale degli anni 1870–1890 ha lasciato il posto a una sinistra che officia e stigmatizza, a forza di scomuniche ormai rituali: «estrema destra», «fascismo», «razzismo», colonialismo e ora, ultima arrivata, «genocidio a Gaza».
Da quando al Partito comunista francese fu attribuito un ruolo importante nella cultura dell’immediato dopoguerra, la sinistra culturale ha imposto il proprio magistero morale all’intera società, fino a convincersi di non essere soltanto il campo del bene, ma il bene stesso. Di qui il fatto che, in una società mediatica, distribuisca in nome della virtù i permessi di esprimersi. Cioè di esistere. Come la Chiesa cattolica di un tempo, convinta che fuori di essa non vi fosse salvezza, questa sinistra non tollera alcuna discussione, poiché incarna il vero, il bello e il giusto. In questo caso, come scriveva Simone de Beauvoir, la verità è singolare, solo l’errore è plurale. Perciò non prova alcuna vergogna nel pretendere, su France Inter, che venga cancellata la partecipazione di un commentatore, giornalista e vicedirettore della redazione del settimanale Valeurs actuelles. E nemmeno, ovviamente, nell’ottenere ciò che vuole, senza che ciò provochi uno scandalo: eppure quell’esclusione, cioè quella censura, costituisce un diniego di giustizia quando si tratta di un mezzo d’informazione finanziato con denaro pubblico.
Una parte della sinistra impegnata sui temi sociali rappresenta oggi il conservatorismo più ordinario. Un’altra raccoglie quei ceti medi in via di impoverimento che Pierre Bourdieu chiamava le «frazioni dominate della classe dominante». È la sinistra del risentimento, dotata di titoli di studio ma impoverita sul piano sociale e bisognosa di riconoscimento. A 75 anni, Jean-Luc Mélenchon, uomo dell’amarezza e della rivalsa, appare ai loro occhi come la figura del rinnovamento… Viene considerato un punto di riferimento intellettuale, tenuto conto del livello relativamente mediocre della classe politica francese, salvo alcune eccezioni. In un partito che consente a Delogu e Boyard di essere deputati, Jean-Luc Mélenchon può apparire senza difficoltà come un nuovo Diderot.
L’accusa di colonialismo equivale, da sola, a una condanna assoluta. Di qui l’accanimento con cui da tre anni si ripete che Israele sarebbe uno Stato coloniale, confondendo, per ignoranza o cinismo, colonizzazione e colonialismo. Se il sionismo è un’impresa di colonizzazione, non è però un’impresa colonialista. Non risponde a nessuno dei tre criteri del colonialismo: non dispone di una forza armata; fino al 1948, l’Haganah è soltanto una modesta milizia.
In secondo luogo, il colonialismo implica una violenza immediata, segnata dall’espropriazione delle popolazioni indigene e dall’accaparramento delle loro terre migliori. Si pensi alla Francia in Algeria nel XIX secolo. Il colonizzatore francese vi espropriò intere tribù, respinte sulle montagne.
Tra il 1880 e il 1948, le terre acquisite dagli ebrei in Palestina furono ottenute con la violenza? Ogni appezzamento fu comprato, spesso pagato due volte, al proprietario e al mezzadro che lo coltivava, per convincerlo ad andarsene spiegandogli che il terreno sarebbe stato ormai sfruttato dai nuovi acquirenti.
In terzo luogo, il colonialismo implica l’assenza di legami culturali con il territorio colonizzato: i francesi in Algeria, per esempio, o gli europei in Australia e nell’America del Nord. Proclamare che gli ebrei sono colonizzatori in Giudea appare singolare, tanto più leggendo nell’Itinerario da Parigi a Gerusalemme (1811) queste parole di Chateaubriand sugli ebrei: «questi legittimi padroni della Giudea». Oppure quando Lamartine, nel 1835, immagina che quella terra possa un giorno rifiorire sotto la guida dei suoi antichi possessori, gli ebrei… E così via.
Come si possono considerare gli ebrei stranieri in una terra che parla ebraico da tremila anni? Sotto i toponimi turchi o arabi delle carte dell’inizio del XX secolo, si ritrova tutta la toponomastica ebraica, quella della Bibbia, senza eccezioni. Majdal viene conquistata dagli israeliani nel 1948 e ribattezzata Ashkelon. Sulla carta dei tempi biblici figurava come Ascalon, non come Majdal. E così via.

Il suo libro restituisce un ruolo importante allo Yishuv sefardita, a lungo relegato ai margini della grande narrazione del sionismo europeo. Si tratta soltanto di una correzione storiografica oppure cambia la nostra stessa definizione di sionismo?

Non cambia la definizione fondamentale del sionismo: la riconquista della dignità attraverso l’uscita dall’alienazione diasporica, la ridefinizione secolarizzata dell’identità ebraica e infine la ricerca di una sovranità politica nella terra degli antenati. Non ne cambia la definizione, ma aggiunge una correzione importante: il sionismo non è il prodotto del solo mondo ashkenazita proveniente dall’Europa. È anche, profondamente, opera dello Yishuv sefardita e dell’immigrazione dal mondo arabo-musulmano.
Verso il 1880, lo Yishuv sefardita, maggioritario in Palestina (il 75% del «vecchio Yishuv», prima delle ondate di immigrazione sionista del 1881), gettò le basi del futuro focolare nazionale ebraico. Attraverso l’immigrazione degli ebrei del Maghreb, del Vicino Oriente e soprattutto dello Yemen, rese manifesta la volontà di liberarsi dalla subordinazione musulmana. Gli avversari del sionismo vogliono oggi occultare questa dimensione: ciò spiega perché la «questione sefardita» sia la grande dimenticata delle polemiche attuali.

Una storia del sionismo raccontata da Baghdad, Algeri, Sana’a o Gerusalemme è fondamentalmente diversa da quella raccontata da Vienna, Varsavia o Odessa?

Nella sostanza, no, perché in tutti questi casi si tratta di raccontare un processo di liberazione dall’alienazione, di riappropriazione della propria parola e di volontà di definire diversamente la propria identità ebraica. Con una differenza, tuttavia: il carattere secolare e laicizzato del discorso sionista è molto più marcato nel mondo ashkenazita, che ha conosciuto la Haskalah (l’Illuminismo ebraico), che non nel mondo mizrahi, dove il passaggio dall’ebraicità tradizionale al sionismo si è compiuto senza soluzione di continuità. Nel mondo ashkenazita, invece, la frattura tra giudaismo tradizionale e sionismo è evidente.

Il sionismo voleva rendere gli ebrei «normali», un popolo fra i popoli? E, se sì, bisogna riconoscere oggi il fallimento di quell’ambizione, dato che lo Stato ebraico resta sottoposto a un’esigenza morale e politica che non somiglia a quella imposta a nessun altro Stato?

In una larga parte del movimento sionista vi fu indiscutibilmente la volontà di normalizzare la condizione ebraica, di farla entrare tra le nazioni e di porre fine alla sua eccezionalità nella sventura. È vero soprattutto per il sionismo «centrista» e «moderato» raccolto intorno a Herzl, che il più delle volte costituì la maggioranza nei congressi sionisti. I fondatori del sionismo non immaginavano che lo Stato d’Israele avrebbe un giorno preso il posto del «popolo paria», diventando uno Stato-paria additato da una parte del mondo.
Da questo punto di vista il sionismo ha peccato di eccessiva fiducia, o ingenuità, pensando che fosse possibile porre fine all’antigiudaismo. Eppure questa passione proteiforme risponde a un bisogno fondamentale della specie umana, la maggioranza dei cui membri, scriveva Freud a uno dei suoi corrispondenti in una lettera privata, appartiene alla «canaglia» (sic), in particolare nelle aree di civiltà cristiana e musulmana.
È stata questa esclusione dell’«ebreo» come incarnazione del male a essere sottovalutata, se non addirittura occultata: sembrava infatti difficile immaginare che lo Stato ebraico avrebbe un giorno assunto, nell’immaginario contemporaneo, la figura del reietto e dell’appestato.

Il sionismo ha ottenuto risultati straordinari là dove i suoi fondatori avrebbero potuto fallire: uno Stato, un esercito, una lingua rinata, un’economia, una società. Come spiegare che un successo storico così improbabile abbia prodotto non la normalizzazione di Israele, ma una rinnovata contestazione della sua legittimità?

Come l’ebreo reale, in carne e ossa, ha poco a che vedere con l’antigiudaismo, così lo Stato d’Israele reale ha poco a che vedere con l’antisionismo militante, che non contesta questa o quella politica dello Stato ebraico, ma il suo diritto a esistere. Non una critica politica, bensì una critica ontologica che attacca la legittimità stessa di quello Stato. In entrambi i casi non si tratta di una realtà, ma della cristallizzazione di fantasmi che l’etnografia delle culture e delle religioni potrebbe contribuire a illuminare.
La rinnovata contestazione della legittimità dello Stato d’Israele si alimenta dello shock demografico proveniente dal mondo arabo-musulmano e della sua impressionante crescita dal 1948 a oggi. Nel 1967 l’Egitto contava 32 milioni di abitanti. Nel 2026, 120 milioni. Come diceva Auguste Comte, la demografia è destino.
L’emigrazione arabo-musulmana insediatasi in Occidente ha modificato i rapporti di forza a svantaggio degli ebrei e quindi dello Stato d’Israele. Il successo di Mamdani a New York o di Bagayoko a Saint-Denis si inserisce in questa logica, senza naturalmente confondere le due città. In entrambi i casi l’immigrazione ha dato avvio a nuovi rapporti di forza fra le popolazioni, le comunità culturali e talvolta etniche.
A questo terreno demografico si aggiunge la cattiva coscienza coloniale della sinistra europea, di ambienti spesso abitati, come scriveva Charles Péguy, dal timore di non essere considerati sufficientemente di sinistra. Più precisamente, egli scriveva che non si poteva immaginare quante viltà avesse fatto commettere in Francia la paura di non apparire abbastanza di sinistra. Sono questi alcuni degli elementi che spiegano la convergenza degli odi contro lo Stato d’Israele, nuovo «oggetto del male» nel mondo, mentre il peso degli ebrei nella demografia mondiale è irrisorio, minuscolo quanto lo Stato d’Israele su un planisfero.

Ha dedicato gran parte della sua opera a descrivere fenomeni che molti non volevano vedere. Lo storico soffre maggiormente per aver avuto torto o per aver avuto ragione troppo presto?

Aver avuto torto invita all’umiltà: una prova formativa, ma difficile da vivere sul momento. Aver avuto ragione troppo presto è la certezza di una lunga solitudine che rafforza la nostra solitudine esistenziale. Avere ragione troppo presto, oppure contraddire la doxa, condanna alla morte sociale, quella che vi lascia liberi di andare e venire, ma dà alla vostra libertà, come scriveva Tocqueville ne La democrazia in America, un sapore di morte.

Dopo ciò che ha vissuto personalmente in Francia, e ora che vive anche in Israele, il suo sguardo sulla società francese è ancora quello di uno storico francese oppure è diventato, suo malgrado, l’osservatore esterno di un mondo al quale apparteneva?

Resto uno storico francese che vive tra Israele e la Francia. In altre parole, non sono davvero né di qui né di là. L’esperienza insegna che l’identità è fragile, molteplice e mutevole. Si può almeno imparare che la nascita non è un’assegnazione obbligata.
Più che la distanza geografica, sono gli ultimi vent’anni ad avermi allontanato da questo paese. Non sono né il primo né l’ultimo a vivere intimamente le parole di Edgar Quinet (che avevo posto in epigrafe al mio libro Un Exil français), secondo il quale non esiste esilio peggiore che sentirsi stranieri nel proprio paese.
Ciò che mi è accaduto accade oggi a milioni di francesi. Il sentimento dominante non è tanto lo sconforto quanto una forma di collera davanti a uno sfacelo in preparazione da quasi cinquant’anni, favorito dalle élite borghesi di destra e di sinistra. Sul piano culturale, la sinistra francese domina la scena dalla Liberazione. Negli ultimi anni, tuttavia, ha perso terreno nell’opinione pubblica, pur conservando le sue roccaforti mediatiche. Di qui lo strano divario fra la maggioranza dei francesi e il discorso mediatico. Un fossato, forse un abisso, che presto potrebbe assomigliare molto a quello che nel 1789 separava Versailles dai 26 milioni di francesi.
Le élite non votano per lo stesso schieramento, ma condividono la volontà di tenere ai margini le classi popolari e la stessa sordità verso la loro vita quotidiana. Élite lontane mille miglia dai treni pendolari affollati fin dall’alba, dalle carrozze della metropolitana stipate e sfiancanti, dalle numerose popolazioni delle periferie che pagano ogni giorno gli effetti collaterali di un’immigrazione di massa insufficientemente integrata e che non hanno voluto. Un’immigrazione massiccia, generalmente desiderata proprio da coloro che, nei loro quartieri protetti, non ne subiscono gli effetti.
Il processo intentato contro di me dalla procura di Parigi, che aveva deciso di dare seguito alla segnalazione del CCIF (Collectif contre l’islamophobie en France, sciolto dopo l’assassinio di Samuel Paty), è durato quattro anni. L’ho vinto in tutte e tre le fasi: primo grado, appello e Cassazione. Ma nel frattempo mi è costato il posto al Mémorial de la Shoah. Questa vicenda giudiziaria, del tipo che si affronta quotidianamente dinanzi alla diciassettesima sezione penale di Parigi, era emblematica della società francese della metà degli anni 2010. E rivelatrice dello sfacelo di cui le élite appena menzionate, di destra e di sinistra, portano una parte importante di responsabilità. Resta il fatto che, per me, la cosa più difficile non fu il procedimento giudiziario a cui allude. Altri hanno affrontato più processi, più lunghi e più difficili dei miei. La cosa più dura, il ricordo che ne conservo otto anni dopo e che ai miei occhi resta imperdonabile, è il comportamento nei miei confronti del direttore del Mémorial (in carica da 34 anni…), che un venerdì sera, all’ora di chiusura degli uffici, mi comunicò che non sarei dovuto tornare il lunedì mattina, 2 luglio. Poi diede disposizione alle guardie di impedirmi l’ingresso e, durante il fine settimana, fece anche cambiare le serrature del mio ufficio.
Fu necessaria una lunga trattativa per ottenere, tre giorni dopo, di poter sgomberare in qualche ora il materiale accumulato in ventisei anni di attività. Una brutalità simile, diffusa nelle grandi imprese, può essere praticata da un’associazione che ha il compito di insegnare la storia del genocidio degli ebrei? Da un’istituzione che invita a riflettere sul significato politico della catastrofe? L’unico aspetto positivo della vicenda è che offrì a molti di noi l’occasione di riflettere sul ruolo delle istituzioni quando la preoccupazione per la propria sopravvivenza prevale sulla loro missione.

La sua esperienza personale ha modificato il suo modo di lavorare sull’antisemitismo, oppure lo storico deve diffidare proprio di ciò che gli suggerisce la propria biografia?

È banale dire che uno storico non è disincarnato, che appartiene al suo tempo, al suo ambiente, alla sua classe e così via. Il problema non è tanto affrancarsene, quanto essere lucidi sui determinismi che ci abitano silenziosamente, sul nostro sguardo plasmato dalle origini o dalle origini che ci vengono attribuite in una sorta di ingiunzione identitaria. Le parole di Pierre Bourdieu, nelle Meditazioni pascaliane, su «una conoscenza che non si conosce come conoscenza» costituiscono una linea di condotta. Il nostro sguardo di storici non nasce ex nihilo: è determinato da fattori individuali e sociali che bisogna portare alla luce, nel senso analitico del termine. Si può essere personalmente coinvolti in un argomento, come mi è accaduto lavorando sulla fine degli ebrei del mondo arabo, senza per questo essere di parte.

Il 7 ottobre e ciò che ha rivelato

Che cosa ha cambiato il 7 ottobre nella sua comprensione dell’antisemitismo, che decenni di ricerca non le avevano ancora insegnato? E che cosa l’ha colpita maggiormente da allora: il massacro in sé, la reazione di una parte del mondo occidentale o la rapidità con cui alle vittime è stato imposto di diventare gli imputati?

Il 7 ottobre ha purtroppo confermato la mia visione del significato reale di questo conflitto. Quei massacri hanno spazzato via alcuni semplicismi occidentali, portando in primo piano la visione genocidaria che anima Hamas, e che non è affatto nuova. In questo senso non si può parlare di sorpresa assoluta. Avendo studiato le rivolte del 1920 a Gerusalemme e quelle del 1929 a Gerusalemme e a Hebron, sapevo di quali crudeltà e di quale sadismo sfrenato fossero capaci alcuni arabi di Palestina, come avrebbero nuovamente mostrato nel 1947–1948. Si tratta, d’altronde, di una delle radici della catastrofe palestinese.
Ma allargando lo sguardo si constata che non si tratta di episodi isolati. Basti pensare ai massacri commessi durante la guerra civile in Libano (1975–1990), a quelli perpetrati dall’esercito e dalle milizie di Bashar al-Assad in Siria, al calvario degli harkis caduti nelle mani del FLN nel 1962: vertici di crudeltà gratuita. In materia di crudeltà, ciò che è accaduto il 7 ottobre 2023 non è dunque un fatto isolato nel mondo arabo-musulmano; è anzi un fenomeno ricorrente, se si ricordano, per esempio, il massacro dei cristiani libanesi da parte dei drusi nel 1860 o l’orribile martirio degli armeni per mano dei turchi nel 1915–1917.
Il modus operandi di Hamas era rigorosamente genocidario, in piena conformità con la sua Carta (versione del 1988, rivista nel 2017). Ancora più significative sono state le reazioni, a partire dall’8 ottobre, di una parte dell’opinione pubblica. Bisogna insistervi, perché oggi è un errore comune immaginare una presunta «opinione mondiale» (?) schierata contro lo Stato d’Israele. In Francia, per esempio, l’egemonia culturale della sinistra rappresenta oggi una porzione sempre più minoritaria dell’opinione pubblica.
La riprovazione nei confronti di Israele riscuote indubbiamente successo nel mondo della cultura, anche se non ovunque. E anche se, in materia di ostilità, Irlanda e Spagna rappresentano casi particolari. Soprattutto la Spagna è gravata da una forte tradizione antiebraica, legata alle conversioni forzate degli ebrei ben prima dell’espulsione del 1492: una tradizione che non termina con la partenza di quasi 200.000 ebrei, ma continua con il concetto di limpieza de sangre (pulizia nel senso di purezza del sangue) e con i tribunali dell’Inquisizione, attivi in Spagna fino alla prima metà del XIX secolo.
Ciò che è accaduto a partire dall’8 ottobre è l’entrata in gioco di quello che lo psichiatra e psicoanalista Jean-Jacques Moscovitz chiama «a-semitismo». Non si tratta tanto di odiare gli ebrei quanto di farli scomparire dalla scena del mondo e dal mondo stesso. Di collocarli «fuori dal mondo», per riprendere il titolo del suo prossimo libro.
È questa ricerca di cancellazione del segno ebraico a colpire maggiormente. Bisogna esplorarne i fondamenti culturali e, a tale riguardo, la psicoanalisi è uno degli strumenti migliori per cercare di decifrare questa passione multiforme e senza fine. Una malattia mentale, come l’aveva diagnosticata Léon Pinsker, medico ebreo di Odessa, nel suo manifesto del 1882, Autoemancipazione. Ammonimento di un ebreo russo ai suoi fratelli.

Quando una parte del mondo accademico occidentale descrive ormai Israele attraverso le categorie di genocidio, apartheid e colonialismo, siamo ancora di fronte a una controversia storiografica oppure a una rottura delle condizioni stesse della discussione scientifica?

Quello che oggi, con ironia, si definisce il «campo del bene» ha ripreso tutti gli attributi dell’epoca staliniana. La storia è scomparsa per diventare una camera d’accusa; lo spazio pubblico si è trasformato in una diciassettesima sezione penale che siederebbe senza interruzione. La vita intellettuale non discute più di verità e di errore, ma di bene e di male. Quando il campo intellettuale viene ridotto alle dimensioni di un tribunale penale e l’intellettuale è travestito da pubblico ministero che lancia accuse in ogni direzione…
Accuse che mirano a escludere dal campo sociale, a rendere inascoltabili e invisibili. Anzitutto quella di colonialismo, che sfocia «naturalmente» in quella di genocidio, poiché la doxa vorrebbe oggi far credere che la colonizzazione fosse intrinsecamente genocidaria. In secondo luogo arriva l’accusa di fascismo, una delle più efficaci, perché annienta l’avversario, costretto ad affannarsi per dimostrare di non essere di estrema destra, di non essere fascista e, infine, che il suo paese non sta commettendo un genocidio. Se accettate di essere trascinati su questo terreno, avete già perso la battaglia.
Non si tratta di rispondere punto per punto ad accuse deliranti, ma di interrogare l’accusatore sulla passione che lo anima. Perché desidera a ogni costo che a Gaza vi sia stato un genocidio? Perché sostiene, contro ogni verità storica, che lo Stato d’Israele sia il risultato di un’impresa colonialista? Bisogna chiedersi perché l’accusatore provi un tale godimento nell’accusare, perché di questo si tratta: godimento. Non soltanto quello di stare dalla parte giusta della storia e di appartenere al «campo del bene». Si tratta, più in profondità, ma senza esporsi all’accusa di antisemitismo, di cancellare quel segno ebraico che l’universo mentale dell’Occidente cristiano e quello del mondo musulmano hanno a lungo sognato di cancellare, immaginando di poter fare a meno di un’origine che li costituisce, ma la cui persistenza, al tempo stesso, li nega. Una posizione difficilmente sostenibile.

È possibile spiegare l’odio verso Israele senza assolvere Israele dalle proprie colpe? Dove colloca lo storico il confine tra una critica legittima della politica israeliana e una delegittimazione che attinge a una storia molto più antica?

Non si tratta di scusare Israele per le colpe o i crimini, persino per i crimini di guerra, che potrebbe aver commesso, oggi come durante la guerra del 1948. La maggior parte dei crimini di guerra commessi nel 1948 (fra cui quello di Deir Yassin) avvennero come rappresaglia per massacri accompagnati da torture e atti di crudeltà post mortem perpetrati dalle truppe arabe regolari e soprattutto irregolari. Fu così, del resto, a Deir Yassin il 9 aprile 1948. Lo ricordo per collocare l’evento in un quadro più generale, non certo per scusarlo o giustificarlo. Ciò detto, si può credere, senza ingenuità, che esista un legame tra la violenza della guerra condotta da Israele a Gaza e la denuncia indiscriminata di quel paese, che dura da decenni, fino a tributare alla Mostra di Venezia, il 12 settembre 2026, venticinque minuti di ovazione a un documentario firmato da due autori israeliani? Qui non conta il film, contano quei venticinque minuti di ovazione. Si possono immaginare venticinque minuti di trance intorno all’oggetto del male finalmente smascherato?
L’antigiudaismo rimanda forse a difetti degli ebrei in carne e ossa, ma il principio dell’odio riguarda soprattutto l’essenza del soggetto, non la sua esistenza: il fatto che egli sia, non ciò che fa. Ed è questo segno che bisogna far sparire.
Non esiste alcuna relazione logica tra l’ebreo concreto e l’antigiudaismo. Nulla in comune tra lo Stato d’Israele reale e un antisionismo demonologico che riprende, tratto per tratto, le figure della demonologia medievale e moderna riferite agli ebrei. Bisogna leggere, o rileggere, a questo proposito il bel libro di Norman Cohn sui Protocolli dei Savi di Sion. Ciò non assolve Israele dalle sue colpe, né gli ebrei dai loro difetti. Semplicemente, non c’è un legame tra le une e gli altri.
La xenofobia odia questo o quel gruppo umano essenzializzato. Lo xenofobo non ne fa tuttavia il centro della propria visione del mondo. È in questo che xenofobia e razzismo si distinguono dall’antisemitismo. L’antisemita non vede negli ebrei esseri primitivi, subumani, ma, al contrario, esseri intelligenti e calcolatori, apprendisti demoni pronti a dominare il mondo.

E adesso?

Nel suo libro racconta una generazione che ha pensato l’impensabile prima di realizzarlo. Vede oggi in Israele una generazione intellettuale e politica capace di pensare ai prossimi cinquant’anni, oppure soltanto di gestire l’emergenza?

Vedo due elementi nella sua domanda.
Esiste oggi in Israele una generazione capace di pensare ai prossimi cinquant’anni dello Stato ebraico? La mia risposta è sì, senza esitazioni. La lunga permanenza di B. Netanyahu al potere (quasi trent’anni, con alcune interruzioni) ha fatto credere a una parte dell’opinione pubblica israeliana, e non solo, che al di fuori di lui non vi fosse salvezza. Il suo lungo predominio ha soffocato molte energie positive, tanto nel suo campo quanto nelle opposizioni al suo governo. In Israele non mancano uomini e donne di talento capaci di riprendere le redini del paese.
Il problema è fare i conti con la gestione di Netanyahu, senza nemmeno parlare del fiasco del 7 ottobre, di cui egli è responsabile nel senso preciso del termine: poiché era al potere, deve rispondere di quanto è accaduto. Lui e il suo governo non sono ovviamente gli unici responsabili del fiasco. E soprattutto dell’esodo, in quattro anni (2022–2025), di quasi 280.000 israeliani, fra cui 1.400 medici.
Né i palestinesi d’Israele né gli ultraortodossi lasciano in massa il paese. Insieme rappresentano oltre il 35% della popolazione. Chi parte proviene perlopiù dagli ambienti laici e istruiti, che costituiscono una parte essenziale delle forze vive del paese. Senza di loro non ci sono né progresso tecnologico, né start-up nation, né Iron Dome, né eccellenza medica. E neppure esportazioni su larga scala di materiali per la difesa, e così via. Chi parte appartiene spesso a un’élite culturale desiderosa di fuggire da un paese in guerra costante da tre anni e minacciato dal peso crescente della legge religiosa. Partenze accelerate anche dal progetto di riforma della giustizia, sebbene tutti concordino sulla necessità di riformare un sistema in cui un’istituzione non eletta può svuotare di contenuto la scelta degli elettori: un dibattito che riguarda in modo particolare anche la Francia, con il Consiglio costituzionale e il Consiglio di Stato.
Il ricambio esiste, ma è compromesso dalla partenza di una parte di queste élite. L’immigrazione non riesce a compensare queste partenze. E nemmeno il ritorno di un certo numero di emigrati, peraltro meno numerosi negli ultimi anni che nei vent’anni precedenti.
Il potere crescente degli ultraortodossi (haredim) comporta un grave rischio di frattura all’interno della società israeliana. Di conseguenza, lo Stato d’Israele, proprio a causa degli ultraortodossi, si troverà davvero in pericolo. L’ironia della vicenda è che gli haredim, che avevano già impiegato ogni mezzo per opporsi al sionismo e che dopo il 1948 hanno contribuito ben poco al progresso della nazione e ancor meno alla sua difesa, potrebbero essere riusciti là dove, da oltre 140 anni, i nemici del sionismo hanno fallito.

Dopo aver dedicato più di mille pagine a raccontare come gli ebrei siano tornati a essere protagonisti della propria storia, ha fiducia nel seguito di questa storia?

Ho fiducia nel futuro del sionismo, che non si conclude con la creazione dello Stato d’Israele, perché è inseparabile dal processo di liberazione dall’alienazione dell’essere ebreo. Da questo punto di vista il lavoro non finisce mai. È in questo senso che il sionismo è figlio dell’Illuminismo e che, più che a un periodo cronologico, assomiglia a un atteggiamento nei confronti della vita.
Più preoccupante, almeno ai miei occhi, è la questione della sopravvivenza dello Stato d’Israele. A metterla in pericolo sono meno la stigmatizzazione da parte di una porzione del mondo (sebbene il pericolo sia reale) e l’indebolimento dell’alleanza con gli Stati Uniti, che non i pericoli interni: la frattura della società israeliana, che riporta in primo piano due concezioni difficilmente conciliabili dello Stato ebraico. Senza contare la quota crescente della popolazione ultraortodossa, dal momento che il 25% dei bambini entrati nella prima classe della scuola primaria nel settembre 2026 proveniva da ambienti ultraortodossi. Il futuro demografico appartiene in parte a loro.
Si aggiunga a questo primo dato la quota dei «palestinesi d’Israele», come si definiscono essi stessi: il 21% della popolazione, più di 2,1 milioni di persone. Una comunità anch’essa attraversata da conflitti e contraddizioni, una popolazione che occupa posizioni sempre più elevate nella società israeliana e che costituisce inoltre una parte importante degli studenti delle principali università del paese. La questione è che, alla luce della lunga storia di questo conflitto, fino alle rivolte del 2021 nelle «città miste», è lecito interrogarsi sul grado di lealtà dei palestinesi d’Israele verso la nazione israeliana e lo Stato ebraico. Sapranno superare la convinzione profondamente radicata e trasmessa di generazione in generazione dal 1948 secondo cui questo paese sarebbe stato loro sottratto «dagli ebrei»? Questo elemento è una costante della coscienza palestinese in Israele fino a oggi.
Si aggiunga il peso demografico crescente degli ultraortodossi, che non partecipano all’ethos nazionale: ecco due questioni interne di estrema importanza per il futuro d’Israele. Senza parlare della minaccia nucleare iraniana. Malgrado il 7 ottobre, gli Accordi di Abramo hanno resistito. Si può ritenere, ma senza certezza, che una parte del mondo arabo finirà per accettare lo Stato d’Israele, inaugurando una condizione di «non guerra», come già avviene con la Giordania e l’Egitto. Non una vera pace, per uno Stato condannato a restare ancora a lungo con le armi pronte. Ma dopo oltre un secolo di conflitto, questa condizione di non belligeranza costituisce già un progresso considerevole.


NOTE E RIFERIMENTI


1. Cfr. l’opera omonima di Daniel Bensoussan-Bursztein (L’Artilleur, 2025).
2. Un Exil français, L’Artilleur, 2021.
3. Cfr. Paul Audi, Partie prenante, Stock, 2026.
4. Il libro di Léon Pinsker è stato ripubblicato nel 2006 dalle éditions Mille et une nuits.
5. Cfr. J. Trachtenberg, The Devil and the Jews, 1943.

Testo originale in francese