Zack Polanski, leader dei Verdi britannici e protagonista di una delle più accese campagne contro Israele, è stato sconfitto nelle elezioni suppletive per il collegio londinese di Holborn and St Pancras, lasciato libero dall’ex primo ministro Keir Starmer. La sconfitta arriva pochi giorni dopo che il suo partito ha approvato una mozione secondo cui «il sionismo è razzismo», suscitando indignazione e preoccupazione nella comunità ebraica britannica.
A conquistare il seggio è stata la laburista Sagal Abdi-Wali, che ha ottenuto 12.292 voti, pari al 45,17 per cento, contro gli 8.928 di Polanski, fermatosi al 32,81 per cento. Un risultato che interrompe le ambizioni parlamentari del leader ecologista, pur confermando la capacità dei Verdi di raccogliere consensi in un collegio storicamente legato al Labour.
La vicenda assume un significato politico particolare per la scelta compiuta dal partito nei giorni precedenti. Una mozione approvata con il 56 per cento dei voti ha definito il sionismo un’ideologia razzista, sostenendo la creazione di un unico Stato palestinese nel quale ebrei e arabi godrebbero di uguali diritti. Il documento trascura la prospettiva dei due Stati e, soprattutto, evita qualsiasi riconoscimento esplicito della continuità dello Stato di Israele.
Il dato forse più significativo riguarda la partecipazione al voto. A pronunciarsi sono stati appena 1.835 iscritti, su un’organizzazione che ne conta oltre 200 mila. Una minoranza numericamente esigua ha così determinato una posizione ufficiale destinata a pesare sull’identità politica dell’intero partito.
Polanski, che è ebreo, ha difeso pubblicamente le proprie convinzioni dopo la sconfitta elettorale. Ha raccontato di essere cresciuto in una famiglia sionista e di aver successivamente cambiato opinione, arrivando a considerare razzista il progetto nazionale ebraico. Ha inoltre accusato Israele di essere responsabile di un genocidio in corso contro i palestinesi, un’affermazione controversa che continua a dividere profondamente il dibattito internazionale.
Interrogato sulla possibilità di sostenere una soluzione fondata sulla coesistenza di Israele e Palestina, il leader verde ha evitato di assumere una posizione precisa, sostenendo che spetti ad altri stabilire quale assetto politico debba prevalere. Una risposta che lascia aperta una questione essenziale, poiché la mozione approvata dal suo partito sembra indicare una direzione ben diversa.
Le preoccupazioni espresse da esponenti della comunità ebraica riguardano proprio questo passaggio. Equiparare il sionismo al razzismo significa attribuire una connotazione discriminatoria al movimento che ha sostenuto l’autodeterminazione nazionale degli ebrei. La distinzione fra critica alle politiche dei governi israeliani e delegittimazione del diritto all’esistenza dello Stato ebraico diventa così il centro di uno scontro destinato a proseguire.
Polanski respinge le accuse di antisemitismo e insiste sulla necessità di tutelare contemporaneamente la sicurezza degli ebrei britannici e i diritti dei palestinesi. Ha inoltre escluso di dimettersi dalla guida dei Verdi, sostenendo che la candidatura abbia consentito al partito di dare visibilità alle proprie battaglie. La vittoria di Abdi-Wali, arrivata in Gran Bretagna da bambina come rifugiata somala e successivamente impegnata nell’amministrazione locale, restituisce intanto ai laburisti un seggio di grande valore simbolico.
Per i Verdi resta una questione che supera il risultato elettorale. La radicalizzazione delle posizioni su Israele potrebbe consolidare il consenso presso una parte dell’elettorato più militante, accentuando però le distanze con quanti considerano l’autodeterminazione ebraica un diritto da riconoscere al pari di quella palestinese. Sarà questa una delle prove più delicate per la leadership di Polanski nei prossimi mesi.

