A Reggio Emilia hanno inventato una nuova pedagogia. Prima di accogliere degli insegnanti ebrei, bisogna accertarsi che siano ebrei perbene. Che prendano le distanze da Netanyahu, che condannino Israele, che esibiscano, insomma, un certificato di innocenza. Altrimenti, grazie e arrivederci. Meglio ancora, arrivederci mai. Succede nella città che ha fatto dell’educazione, dell’inclusione e del rispetto delle differenze un marchio di prestigio internazionale. Un capolavoro pedagogico: insegnare ai bambini che siamo tutti uguali, purché qualcuno sia disposto a dimostrare di meritarselo.
Il sindaco Marco Massari, naturalmente, respinge indignato ogni accusa di antisemitismo. E ci mancherebbe. Reggio Emilia è antifascista, democratica, progressista. Ha tutte le carte in regola. Peccato che l’antifascismo, a forza di esibirlo come un certificato di immunità morale, rischi di diventare un alibi buono per qualsiasi porcheria. Immaginiamo di chiedere a ogni insegnante cinese di abiurare Xi Jinping, a ogni iraniano di condannare gli ayatollah, a ogni russo di rinnegare Putin. Sarebbe una discriminazione intollerabile. Agli ebrei, invece, si può chiedere. Anzi, si deve.
E così, nella città dei bambini, torna un’antica abitudine europea: chiedere agli ebrei di giustificare la propria presenza. Naturalmente, per il loro bene. E nel nome dell’antifascismo.

