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Arabi che dicono basta – 5. La rivolta degli intellettuali arabi

Scrittori, attivisti e dissidenti provenienti dal mondo arabo rompono la cultura politica di vittimismo e paralisi che ha finito per danneggiare le stesse società arabe

Daniele Scalise

Tempo di Lettura: 5 min
Arabi che dicono basta – 5. La rivolta degli intellettuali arabi

Un cambiamento profondo attraversa da qualche tempo il dibattito intellettuale arabo e riguarda una questione che per gran parte del Novecento era considerata quasi intoccabile. Alcuni scrittori e attivisti provenienti dal Medio Oriente e dalla diaspora sostengono apertamente che la centralità assoluta attribuita alla causa palestinese abbia avuto conseguenze politiche e culturali che vanno ben oltre il conflitto con Israele, contribuendo a modellare una mentalità pubblica fondata sulla continua ricerca di responsabilità esterne e sulla rinuncia a interrogarsi sui propri fallimenti.

Tra le figure che hanno espresso con maggiore chiarezza questa critica compare Nonie Darwish, scrittrice egiziana trasferitasi negli Stati Uniti dopo un’infanzia segnata dal conflitto arabo-israeliano. Figlia di un ufficiale dell’intelligence egiziana ucciso negli anni Cinquanta durante operazioni contro Israele nella Striscia di Gaza, Darwish ha raccontato nei suoi libri e nei suoi interventi pubblici come la questione palestinese sia stata trasformata nel corso dei decenni in una componente quasi identitaria della politica araba. Secondo la sua interpretazione, la Palestina è diventata per molti governi e movimenti politici una bandiera ideologica capace di mobilitare le emozioni collettive mentre altri problemi interni, dalle difficoltà economiche alla repressione politica, restavano in secondo piano.

Una critica diversa ma altrettanto incisiva proviene da Bassem Eid, attivista palestinese per i diritti umani cresciuto nel campo profughi di Shuafat a Gerusalemme. Per molti anni Eid ha lavorato documentando violazioni dei diritti umani all’interno della società palestinese e denunciando il divario tra il discorso politico ufficiale e la realtà quotidiana dei territori governati dall’Autorità palestinese o da Hamas. Nei suoi interventi sostiene che una parte delle leadership palestinesi abbia contribuito a consolidare una cultura politica fondata sull’idea permanente di vittima, una mentalità che rende estremamente difficile sviluppare istituzioni responsabili e una vita politica trasparente.

Dalla Siria arriva invece la voce della psichiatra Wafa Sultan, diventata nota nel mondo arabo e occidentale per le sue critiche radicali all’islamismo politico e alla cultura autoritaria che domina in molte società mediorientali. Sultan ha più volte sostenuto che il conflitto israelo-palestinese sia stato utilizzato per decenni come uno strumento retorico capace di canalizzare la frustrazione collettiva verso un nemico esterno. Secondo questa analisi la continua evocazione della Palestina ha contribuito a creare una forma di immobilismo culturale che impedisce alle società arabe di affrontare questioni interne come la libertà politica, il ruolo della religione nello Stato o la condizione delle minoranze.

Una prospettiva simile appare negli interventi pubblici di Ayaan Hirsi Ali, intellettuale di origine somala cresciuta tra Africa e Medio Oriente e divenuta negli anni una delle critiche più severe dell’islamismo politico. Hirsi Ali osserva che una parte del discorso politico dominante nel mondo arabo continua a interpretare la storia regionale come una sequenza di ingiustizie subite dall’esterno, mentre raramente si apre uno spazio per una riflessione autocritica sulle strutture di potere e sulle responsabilità delle élite locali.

Queste posizioni provocano reazioni molto forti perché mettono in discussione uno degli elementi più radicati dell’identità politica araba contemporanea. Per generazioni la questione palestinese è stata presentata come il punto di convergenza morale del mondo arabo e islamico, una causa capace di unire società diverse attorno a un simbolo condiviso. L’idea che questa centralità abbia prodotto anche effetti negativi appare per molti come una provocazione difficile da accettare.

Eppure proprio questa discussione rivela un cambiamento che attraversa lentamente il panorama culturale della regione. Nei giornali, nei programmi televisivi e nelle università del Medio Oriente cominciano a comparire interrogativi che fino a pochi anni fa sarebbero rimasti confinati nelle conversazioni private. Alcuni commentatori si chiedono quale ruolo debba occupare la questione palestinese in un Medio Oriente attraversato da trasformazioni economiche e tecnologiche profonde, mentre altri osservano che una parte crescente delle nuove generazioni arabe guarda alla politica regionale con priorità diverse rispetto a quelle delle generazioni cresciute durante la stagione del panarabismo.

La domanda che emerge da questo dibattito riguarda il futuro dell’intera regione. Quale configurazione politica assume il Medio Oriente quando la Palestina smette di essere il centro simbolico attorno al quale ruotano tutte le identità politiche? La risposta non appare ancora chiara, ma una cosa sembra ormai evidente. Il cambiamento più significativo non riguarda soltanto la diplomazia o gli equilibri strategici tra gli Stati, bensì la sfera culturale in cui si formano le idee e le rappresentazioni collettive.

Per la prima volta da decenni intellettuali e attivisti provenienti dal mondo arabo discutono apertamente di un tema che per molto tempo è rimasto circondato da una sorta di interdizione implicita. Che questo dibattito produca o meno trasformazioni politiche concrete, la sua semplice esistenza segnala l’emergere di una nuova fase nella storia culturale del Medio Oriente. Una fase in cui sempre più voci arabe scelgono di interrogarsi senza reticenze su ciò che per generazioni era stato considerato indiscutibile.


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