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Arabi che dicono basta – 4. Quando il futuro conta più della Palestina

Dagli Accordi di Abramo a Vision 2030, una parte del mondo arabo smette di organizzare la propria identità politica attorno al conflitto israelo-palestinese

Daniele Scalise

Tempo di Lettura: 4 min
Arabi che dicono basta – 4. Quando il futuro conta più della Palestina

Per capire davvero cosa sta cambiando nel mondo arabo bisogna partire da un fatto semplice, quasi brutale nella sua evidenza: per la prima volta da settant’anni, una parte crescente della regione ha smesso di chiedersi cosa fare per la Palestina e ha iniziato a chiedersi cosa fare per sé stessa.

Questo spostamento, che in Europa viene spesso letto solo in chiave diplomatica, è in realtà molto più profondo. Non riguarda soltanto gli Accordi di Abramo o la possibilità di una normalizzazione tra Arabia Saudita e Israele. Riguarda qualcosa di più difficile da vedere e più decisivo, e cioè la trasformazione di quello che potrebbe essere definito come l’immaginario politico arabo.

Per decenni la Palestina è stata il centro simbolico attorno a cui si organizzava tutto. Politica estera, retorica interna, legittimazione dei regimi, identità collettiva. Oggi, in alcune capitali del Golfo, quella centralità si sta lentamente dissolvendo. Non perché la questione palestinese sia scomparsa, ma perché non è più l’asse attorno a cui ruota ogni scelta strategica.

Una delle voci che descrivono meglio questo passaggio è quella di Ali Shihabi, che da anni insiste su un punto preciso: l’Arabia Saudita non può permettersi di restare intrappolata in un conflitto che non controlla e che blocca il proprio sviluppo. La priorità, oggi, è costruire un’economia capace di reggere il dopo-petrolio, attrarre investimenti, sviluppare tecnologia, garantire stabilità.

In questo quadro la normalizzazione con Israele non appare come una rottura ideologica, ma come una scelta funzionale. Israele non è più soltanto un attore del conflitto palestinese, ma un partner possibile in settori come cybersicurezza, innovazione, agritech. Il linguaggio cambia, e con esso cambia la gerarchia delle priorità.

Un discorso simile emerge negli interventi di Abdelkhaleq Abdulla, che ha difeso apertamente gli Accordi di Abramo come una decisione strategica coerente con gli interessi degli Emirati. Non una concessione, ma una ridefinizione della politica regionale. In questa prospettiva la Palestina resta una causa importante sul piano emotivo, ma non può più dettare l’agenda geopolitica.

Non stiamo però parlando solo di élite, ma di qualcosa che si va sempre più diffondendo.
Nelle città del Golfo, tra Dubai, Riyadh e Abu Dhabi, si è formata negli ultimi vent’anni una generazione cresciuta dentro economie globalizzate, abituata a pensare in termini di opportunità, mobilità, tecnologia. Per molti di questi giovani il conflitto israelo-palestinese non rappresenta più il centro della propria identità politica. Pur rimanendo una questione rilevante, non è totalizzante.

Qui entra in gioco una figura come Omar Al Olama, che incarna quasi simbolicamente questo cambiamento. Quando un paese arabo investe in intelligenza artificiale, smart cities, economia digitale, sta implicitamente dicendo che il proprio futuro non si costruisce attorno a un conflitto del Novecento, ma attorno a sfide completamente diverse.

Lo stesso vale per il mondo culturale. Intellettuali come Sultan Al Qassemi lavorano da anni per costruire un’infrastruttura culturale autonoma, fatta di musei, università, produzione artistica. Anche qui il messaggio è chiaro: il mondo arabo può raccontarsi senza passare necessariamente dalla lente della Palestina.

Di nuovo: questo non significa che la questione palestinese sia scomparsa o che abbia perso il suo peso emotivo e continua a suscitare reazioni forti, solidarietà, indignazione. Ora, però, quella emozione non si traduce più automaticamente in una linea politica.

Anche fuori dal Golfo si intravedono segnali simili. L’economista egiziano Amr Adly insiste da tempo su una realtà difficile da ignorare: i paesi arabi devono affrontare crisi economiche profonde, disoccupazione giovanile, sistemi produttivi fragili. In questo contesto, continuare a organizzare la politica attorno alla Palestina rischia di diventare un lusso che molte società non possono più permettersi.

Il risultato è un progressivo scollamento tra piano emotivo e piano strategico. La Palestina resta un simbolo potente, ma non è più la bussola unica.

E proprio qui sta la rottura più significativa.

Perché quando una causa smette di essere il centro mentale di una regione, cambia tutto: le alleanze, le priorità, il linguaggio, perfino il modo in cui le nuove generazioni immaginano il proprio futuro.

Per decenni il Medio Oriente è stato raccontato come uno spazio politico organizzato attorno alla questione palestinese. Oggi, senza proclami e senza dichiarazioni ufficiali, una parte del mondo arabo sta semplicemente voltando pagina.


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