Francesca Albanese vuole portare anche i giornalisti israeliani davanti alla Corte penale internazionale. La relatrice speciale delle Nazioni Unite per i territori palestinesi ha chiesto alla Procura dell’Aia di esaminare l’eventuale responsabilità di esponenti del governo e personalità dei media israeliani per «incitamento diretto e pubblico al genocidio» nella Striscia di Gaza. Una richiesta che estende al mondo dell’informazione le accuse già rivolte alle autorità israeliane e riapre la controversia sull’imparzialità di una funzionaria dell’ONU da tempo al centro di durissimi scontri diplomatici.
La raccomandazione compare in un rapporto di 29 pagine, datato 21 luglio e reso pubblico nei giorni scorsi, nel quale Albanese sostiene che la comunicazione governativa israeliana abbia contribuito a disumanizzare i palestinesi, influenzando profondamente il dibattito pubblico. Secondo la relatrice, alcuni organi d’informazione avrebbero assunto un ruolo attivo nell’incoraggiare la violenza, andando oltre la semplice diffusione delle dichiarazioni ufficiali.
Si tratta di accuse particolarmente gravi, anche per le loro possibili implicazioni sulla libertà di stampa. Lo Statuto di Roma, che disciplina il funzionamento della Corte penale internazionale, contempla infatti l’incitamento diretto e pubblico al genocidio tra le condotte penalmente rilevanti. La qualificazione giuridica richiede tuttavia elementi precisi, che devono essere accertati attraverso un procedimento giudiziario. La richiesta di Albanese, dunque, resta una sollecitazione rivolta alla Procura e non equivale all’apertura di un’indagine specifica contro i giornalisti indicati, tantomeno a una pronuncia sulla loro colpevolezza.
L’iniziativa riprende una posizione che la relatrice aveva già espresso nell’ottobre 2024, quando aveva invocato un esame giudiziario del ruolo della stampa israeliana durante la guerra a Gaza. Il nuovo rapporto conferma la sua intenzione di attribuire alla comunicazione pubblica una responsabilità potenzialmente perseguibile sul piano penale internazionale.
A rendere ancora più controversa la richiesta è il profilo della sua promotrice. Albanese è da anni accusata da Israele, da esponenti politici statunitensi e da diverse organizzazioni ebraiche di utilizzare il proprio mandato per sostenere posizioni pregiudizialmente ostili allo Stato ebraico. La relatrice ha sempre respinto queste contestazioni, rivendicando l’indipendenza del proprio lavoro.
Nel 2025 l’amministrazione Trump ha imposto sanzioni nei suoi confronti, segnando un ulteriore deterioramento dei rapporti tra Washington e la funzionaria delle Nazioni Unite. Nel febbraio 2026, inoltre, alcune sue dichiarazioni durante una conferenza organizzata da Al Jazeera hanno suscitato proteste anche tra ministri europei. Al centro della polemica l’espressione «nemico comune dell’umanità», interpretata dai critici come un riferimento a Israele. Albanese ha successivamente negato questa interpretazione.
Il suo passato contiene altri episodi controversi. Nel 2022 erano riemersi messaggi nei quali evocava l’influenza di una «lobby ebraica» negli Stati Uniti, suscitando accuse di ricorso a stereotipi antisemiti. Più recentemente ha dovuto scusarsi per alcune affermazioni storicamente errate riguardanti il termine Muselmann, utilizzato nei campi di concentramento nazisti per indicare prigionieri ridotti allo stremo, e l’origine della parola «antisemitismo».
La nuova iniziativa pone quindi una questione delicata anche per le istituzioni internazionali. Accertare eventuali responsabilità individuali per l’incitamento al genocidio rientra nelle competenze della giustizia penale internazionale, mentre l’autorevolezza di chi sollecita un’indagine dipende anche dalla credibilità e dal rigore delle accuse formulate.
Spetterà alla Procura della CPI valutare se esistano elementi sufficienti per procedere. Nel frattempo, il rapporto di Albanese rischia di alimentare ulteriormente uno scontro nel quale la distinzione tra responsabilità penale, propaganda politica e libertà d’informazione appare sempre più difficile da preservare.

