Le elezioni palestinesi previste per il 28 novembre sono state rinviate di diversi mesi, con ogni probabilità al 2027. A comunicarlo al governo francese è stato Hussein al-Sheikh, vicepresidente dell’Autorità nazionale palestinese e segretario generale del Comitato esecutivo dell’Organizzazione per la liberazione della Palestina. La decisione rappresenta un serio imbarazzo diplomatico per Emmanuel Macron, che aveva fatto dell’impegno assunto da Mahmoud Abbas, meglio conosciuto come Abu Mazen, a rinnovare le istituzioni palestinesi uno degli elementi a sostegno del riconoscimento dello Stato di Palestina.
La giustificazione ufficiale riguarda il deterioramento delle condizioni politiche, economiche e di sicurezza nei territori palestinesi. In una lettera indirizzata al ministro degli Esteri francese Jean-Noël Barrot, al-Sheikh ha spiegato che le circostanze sulle quali era stata fondata la decisione di convocare gli elettori sono cambiate, rendendo impossibile garantire una partecipazione libera e la regolarità del voto.
Il rinvio arriva però in un momento particolarmente delicato per Abu Mazen, alle prese con una crescente contestazione della propria leadership. Secondo quanto riferito dai media palestinesi, Hamas, Jihad islamica e Mohammed Dahlan, storico avversario del presidente palestinese ed ex dirigente di Fatah, avrebbero raggiunto un’intesa politica per contrastarlo. Una convergenza che rende ancora più incerto il futuro dell’Autorità palestinese e alimenta gli interrogativi sulla sua effettiva rappresentatività.
Il problema ha radici lontane. Le ultime elezioni legislative palestinesi risalgono al gennaio 2006, quando Hamas conquistò la maggioranza dei seggi nel Consiglio legislativo, sconfiggendo Fatah. L’anno successivo la violenta conquista di Gaza da parte di Hamas sancì la frattura politica e territoriale palestinese. Da allora, la Striscia e la Cisgiordania hanno seguito percorsi di governo separati, mentre ogni tentativo di riconciliazione si è arenato.
Ancora più significativa è la situazione della presidenza. Abu Mazen venne eletto nel gennaio 2005 per un mandato quadriennale e continua a esercitare le proprie funzioni oltre vent’anni dopo, senza essersi sottoposto a una nuova consultazione popolare. Nel 2021 annunciò elezioni legislative e presidenziali, salvo sospenderle successivamente, invocando le difficoltà di organizzare il voto a Gerusalemme Est.
Per Macron, la questione assume un peso politico particolare. Nel novembre 2025 il presidente francese e Abu Mazen avevano annunciato un lavoro comune sulla futura architettura costituzionale palestinese, nel quadro del progetto di uno Stato destinato a convivere pacificamente con Israele. Il presidente palestinese aveva ribadito l’impegno a realizzare riforme istituzionali e a convocare nuove elezioni.
La promessa è ora nuovamente disattesa. E per Parigi diventa più difficile sostenere che il processo di costruzione dello Stato palestinese proceda insieme al rafforzamento delle sue istituzioni democratiche.
Il rinvio apre soprattutto una questione che la diplomazia europea continua a incontrare ogni volta che affronta il futuro palestinese. Chi potrà rappresentare legittimamente la popolazione, con quale mandato e attraverso quali istituzioni? Il riconoscimento internazionale può attribuire uno status diplomatico, mentre la credibilità politica di uno Stato dipende anche dalla possibilità dei suoi cittadini di scegliere e sostituire i propri governanti. Per il momento, i palestinesi dovranno aspettare ancora. E Macron dovrà spiegare come intenda conciliare il sostegno alla statualità palestinese con l’ennesimo rinvio di una prova democratica attesa da due decenni.

