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Zohran Mamdani e il Corano come modello morale per il futuro di New York

Richiami storici per stabilire un ordine religioso che soffochi lo stato di diritto e la libertà religiosa

Andrea Molle

Tempo di Lettura: 3 min
Zohran Mamdani e il Corano come modello morale per il futuro di New York

Quando un politico contemporaneo richiama testi sacri per sostenere una posizione pubblica, la questione non è la fede personale, ma l’uso selettivo della storia. Nel suo recente intervento sull’immigrazione, Zohran Mamdani ha evocato il Corano e la migrazione di Maometto, presentando la Hijra come paradigma morale di accoglienza e apertura. È un richiamo potente, soprattutto in un contesto simbolico e interreligioso. Ma proprio per questo richiede precisione.

La Hijra non è una semplice parabola edificante. È un evento fondativo che segna il passaggio da una comunità minoritaria perseguitata a una entità politica organizzata. A Medina, Maometto non rimane una figura spirituale tra pari: diventa il centro di un ordine giuridico e politico emergente. Richiamare quell’episodio come se fosse soltanto una storia di rifugio e ospitalità significa estrarne un frammento morale e separarlo dal suo esito storico.

Qui non è in discussione la legittimità religiosa dell’Islam né la sincerità della fede di chi lo cita. Il punto è un altro: la trasformazione della città che segue. La comunità che nasce a Medina evolve rapidamente in una polis islamica governata da nuove norme, nuove lealtà e nuove gerarchie. In questo processo, le comunità non musulmane presenti nella città — in particolare i gruppi ebraici organizzati — non restano parte integrante di un pluralismo stabile. Nel giro di pochi anni, la loro presenza politica e autonoma scompare da Medina, per via di espulsioni e, in un caso noto e discusso dalla storiografia, di una repressione letale dopo accuse di tradimento in contesto bellico.

Omettere questo passaggio non è un dettaglio secondario. È proprio qui che la narrazione si fa politica. Perché la Hijra, nella sua interezza storica, non racconta solo l’accoglienza del migrante, ma anche la fondazione di un ordine sovrano autoritario che, una volta consolidato, non rimane neutrale rispetto alle differenze religiose e politiche. Presentarla come un antecedente diretto delle moderne politiche di “città santuario” significa trasporre un evento del VII secolo in una categoria normativa del XXI, cancellando ciò che non si adatta al messaggio.

C’è poi un problema più ampio. In una democrazia liberale, l’argomento a favore dell’immigrazione — qualunque posizione si assuma — non ha bisogno di essere legittimato da testi sacri. Farlo, e farlo in modo parziale, apre una doppia vulnerabilità: da un lato espone la causa a critiche storiche legittime; dall’altro introduce un linguaggio religioso in uno spazio pubblico che dovrebbe restare fondato su diritto positivo, costituzionalismo e responsabilità politica.

Il rischio non è solo l’imprecisione. È la strumentalizzazione simbolica. La storia sacra, quando viene ridotta a slogan, perde la sua complessità e diventa un dispositivo retorico. Ma la complessità, soprattutto in politica, non è un optional: è ciò che separa l’argomento serio dalla propaganda.

Se si vuole difendere una visione aperta e umanitaria dell’immigrazione, lo si può fare — e lo si dovrebbe fare — senza mitologie selettive. La Hijra è un evento centrale della storia islamica, ma è anche un esempio di come l’accoglienza possa trasformarsi in potere, e il potere in esclusione. Ignorarlo non rende il messaggio più nobile; lo rende solo più fragile.


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