La firma è arrivata a Tel Aviv, con una delegazione tedesca guidata dall’amministratore delegato di Hapag-Lloyd, Rolf Habben Jansen, e con un valore che dice molto più delle parole ufficiali: 4,2 miliardi di dollari. ZIM, storica compagnia di navigazione israeliana, entra così nell’orbita del gigante tedesco in un’operazione che ha un peso industriale evidente e una portata simbolica non secondaria per un Paese che ha sempre considerato il trasporto marittimo una questione strategica.
L’accordo prevede che le attività israeliane vengano rilevate dal fondo FIMI, guidato da Yishai Davidi, con l’obiettivo dichiarato di costruire una “nuova ZIM” solida e finanziariamente stabile, capace di operare in collaborazione con Hapag-Lloyd ma mantenendo un’identità nazionale riconoscibile. La formula scelta tenta di tenere insieme due esigenze che in Israele convivono da tempo: attrarre capitali e competenze globali senza rinunciare a un presidio autonomo su settori sensibili, soprattutto in una fase in cui le rotte commerciali sono diventate terreno di scontro geopolitico, come dimostrano gli attacchi nel Mar Rosso e le tensioni nel Mediterraneo orientale.
Hapag-Lloyd, tra i principali operatori mondiali nel trasporto container, rafforza così la propria presenza nel bacino mediterraneo e nelle rotte transatlantiche, integrando una compagnia che negli ultimi anni ha attraversato fasi alterne, beneficiando del boom dei noli durante la pandemia e subendo poi la normalizzazione dei mercati. Per Berlino l’operazione consolida una strategia di espansione che punta a economie di scala e sinergie operative, mentre per ZIM rappresenta una svolta dopo un periodo segnato da volatilità finanziaria e da interrogativi sul futuro assetto proprietario.
Non tutti, però, hanno accolto la firma con un brindisi. Il comitato dei lavoratori, guidato da Oren Caspi, ha respinto le proposte del consiglio di amministrazione e ha denunciato l’assenza di garanzie chiare per il personale. Secondo le stime circolate nelle ultime ore, soltanto una parte dei dipendenti resterebbe nella nuova struttura controllata da FIMI, mentre Hapag-Lloyd dovrebbe aprire in Israele un centro di ricerca e sviluppo destinato ad assorbire i profili tecnologici. Per centinaia di lavoratori resta l’incognita di un’integrazione ancora tutta da definire, in un settore che, pur ad alta intensità di capitale, vive di competenze specifiche e di relazioni consolidate.
Il dibattito tocca inevitabilmente anche il tema della sovranità economica. ZIM non è una società qualunque, ma una compagnia nata prima ancora della fondazione dello Stato, che ha accompagnato la crescita del Paese e garantito collegamenti essenziali nei momenti di crisi. Il passaggio a mani straniere alimenta timori che vanno oltre i bilanci, anche se la presenza di FIMI nella componente israeliana dell’operazione è pensata proprio per attenuare queste preoccupazioni e per assicurare che una flotta avanzata e logisticamente efficiente resti sotto controllo locale.
Sul piano internazionale l’accordo si inserisce in un contesto di consolidamento del trasporto marittimo globale, dove pochi grandi gruppi dominano le rotte e le alleanze operative si ridisegnano rapidamente. Israele, che dipende in larga misura dall’import-export via mare, non può permettersi debolezze strutturali in questo campo, e per questo la promessa di investimenti e di integrazione con uno dei leader mondiali viene letta anche come una scelta pragmatica.
Resta da capire se la nuova ZIM saprà coniugare efficienza e radicamento nazionale, perché le operazioni finanziarie si giudicano nel tempo e non nel giorno della firma. Per ora l’immagine è quella di una stretta di mano che chiude un’epoca e ne apre un’altra, con la consapevolezza che nel mondo della logistica globale l’identità conta, ma contano ancora di più le rotte, i contratti e la capacità di navigare in acque sempre più turbolente.
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