Lo Yemen è il conflitto che non smette di cambiare forma senza mai risolversi. Per anni è stato la guerra dimenticata, confinata ai margini dell’agenda internazionale mentre oggi è tornato al centro, non perché sia più vicino alla pace, ma perché ha imparato a proiettare instabilità ben oltre i propri confini. Il Paese resta spaccato, impoverito, in mano all’esercito e allo stesso tempo sorprendentemente capace di incidere sugli equilibri regionali e globali.
Dal punto di vista formale lo Yemen è diviso tra un governo riconosciuto a livello internazionale, sostenuto dall’Arabia Saudita, e il controllo de facto esercitato dai ribelli Houthi su Sana’a e gran parte del nord. In realtà, la mappa del potere è molto più frastagliata e composta da milizie tribali, attori locali, gruppi jihadisti residuali e interessi esterni si sovrappongono in un mosaico instabile. Lo Stato, come struttura unitaria, è collassato da tempo e ciò che resta è un insieme di centri di forza che convivono senza un vero progetto comune.
Negli ultimi anni gli Houthi hanno compiuto una trasformazione decisiva. Da movimento ribelle locale sono diventati un attore della regione in grado di usare il linguaggio della deterrenza. Missili, droni, capacità navali improvvisate ma efficaci, questo è il loro arsenale, alimentato e affinato con il sostegno iraniano, e che ha cambiato la percezione del conflitto. Non si limitano più a resistere ma scelgono quando e come colpire, e soprattutto dove farlo per massimizzare l’impatto politico.
Il loro teatro d’azione preferito è il Mar Rosso. Gli attacchi alle rotte commerciali, giustificati come risposta alla guerra a Gaza e come pressione contro Israele e i suoi alleati, hanno avuto un effetto immediato sull’economia globale. Navi deviate, costi delle assicurazioni saliti alle stelle, interventi militari occidentali per proteggere la navigazione. In questo senso, lo Yemen non si può più considerare periferico ma è anzi diventato un nodo critico della sicurezza marittima internazionale.
Per l’Arabia Saudita, il conflitto yemenita resta una ferita aperta. Dopo anni di intervento diretto e costoso, Riyad ha scelto una linea più prudente, cercando di congelare il fronte e ridurre l’esposizione militare. L’obiettivo non è la vittoria, ma la stabilizzazione minima necessaria a proteggere il proprio territorio e i grandi progetti di trasformazione interna. Ogni razzo che attraversa il confine, ogni escalation imprevista, ricorda quanto lo Yemen resti una minaccia strutturale.
L’Iran, dal canto suo, continua a usare lo Yemen come leva strategica a basso costo. Il sostegno agli Houthi non richiede un coinvolgimento diretto, ma consente a Teheran di tenere sotto pressione Arabia Saudita, Stati Uniti e Israele, allargando il fronte del confronto senza esporsi apertamente. È una guerra per procura che si alimenta proprio in mancanza di una soluzione politica.
Sul piano umanitario, la situazione è e rimane decisamente drammatica. Milioni di yemeniti vivono in condizioni di debolezza alimentare cronica, con servizi sanitari al collasso e infrastrutture distrutte. Le tregue parziali hanno ridotto l’intensità dei combattimenti in alcune fasi, ma non hanno cambiato la sostanza, e cioè che lo Yemen è un Paese sospeso, in cui la sopravvivenza quotidiana ha sostituito ogni prospettiva di ricostruzione.
Per Israele, lo Yemen rappresenta una minaccia indiretta ma concreta. Gli attacchi Houthi nel Mar Rosso e le dichiarazioni esplicite contro lo Stato ebraico inseriscono il conflitto yemenita nella più ampia architettura dell’asse anti-israeliano. Anche se la distanza geografica è ampia, la logica appare ben chiara e consiste nel moltiplicare i fronti, saturare le difese e allargare il perimetro del conflitto.
Lo Yemen di oggi è tutt’altro che prossimo alla pace. È semmai un laboratorio di guerra asimmetrica, dove un attore non statale è riuscito a trasformare la fragilità in potere negoziale. Finché questo equilibrio perverso reggerà, il conflitto continuerà a produrre instabilità ben oltre i suoi confini. E il prezzo, come sempre, lo pagheranno prima di tutto gli yemeniti.
Il punto. Yemen, la guerra infinita
Il punto. Yemen, la guerra infinita

