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Washington alza il tiro in Bolivia, l’Iran nel mirino latinoamericano

Pressioni su La Paz per espulsioni, liste nere e un riallineamento geopolitico che riapre la partita dell’influenza in America Latina.

Rosa Davanzo

Tempo di Lettura: 4 min
Washington alza il tiro in Bolivia, l’Iran nel mirino latinoamericano

La pressione esercitata dagli Stati Uniti sulla Bolivia per espellere sospettati agenti iraniani e per inserire il Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica nella lista delle organizzazioni terroristiche non è un episodio isolato, ma si inserisce in una strategia più ampia con cui Washington sta cercando di recuperare terreno in America Latina dopo anni di arretramento politico e diplomatico. Secondo quanto riferito da Reuters, l’amministrazione statunitense sta spingendo il nuovo governo boliviano a rompere in modo netto con Teheran, chiedendo anche la designazione come gruppi terroristici di Hezbollah e Hamas, considerati da Washington strumenti operativi dell’Iran fuori dal Medio Oriente.

La Bolivia, Paese senza sbocchi sul mare e apparentemente periferico nello scacchiere globale, è diventata negli ultimi anni un nodo osservato con crescente attenzione dagli apparati di sicurezza statunitensi. Funzionari ed ex funzionari americani descrivono La Paz come un ambiente permissivo dal punto di vista del controspionaggio, oltre che come una piattaforma geografica utile per operazioni regionali, grazie ai confini con diversi Stati sudamericani. In questa lettura, l’Iran avrebbe sfruttato proprio le aree meno sorvegliate per costruire reti diplomatiche e di intelligence capaci di proiettarsi verso Paesi più rilevanti.

Il cambio politico avvenuto con l’elezione del presidente Rodrigo Paz ha aperto uno spiraglio che Washington intende sfruttare rapidamente. Paz, centrista, ha messo fine a due decenni di dominio del Movimento al Socialismo, il partito che aveva governato il Paese sotto Evo Morales e poi con Luis Arce, entrambi favorevoli a rapporti stretti con Teheran, anche in ambito militare e di sicurezza. La nuova amministrazione eredita un quadro economico fragile e un Parlamento diviso, e ha bisogno di sostegno internazionale e investimenti privati, elementi che rendono più appetibile un riavvicinamento agli Stati Uniti.

Non a caso, nelle settimane successive all’insediamento di Paz, Washington ha riaperto canali di cooperazione economica e ha reso la Bolivia eleggibile per fondi a gestione della Millennium Challenge Corporation. Parallelamente, una delegazione statunitense composta da funzionari del Dipartimento di Stato e dell’intelligence si è recata a La Paz per discutere proprio delle possibili designazioni terroristiche e della riduzione dei legami con l’Iran.

Il dossier boliviano si collega a un’azione più vasta. Ecuador e Argentina hanno già compiuto passi analoghi, inserendo nelle rispettive liste nere l’IRGC e le sue articolazioni esterne, mentre Washington valuta iniziative simili in Cile, Perù e Panama. Il messaggio è chiaro: limitare la capacità iraniana di operare nel continente e spezzare quella rete di alleanze costruita negli anni soprattutto attraverso il Venezuela di Nicolas Maduro, con cui Teheran ha mantenuto rapporti strettissimi anche sul piano della sicurezza, nonostante i tentativi statunitensi di isolarlo.
Secondo Rick de la Torre, ex alto funzionario della Central Intelligence Agency, l’Iran tende a usare i contesti meno vigilati come basi operative, da cui muoversi con discrezione verso obiettivi più sensibili. In questa prospettiva, Bolivia e Nicaragua avrebbero svolto negli ultimi anni il ruolo di nodi secondari, funzionali a una presenza regionale più ampia.

La risposta ufficiale di La Paz resta prudente. Il ministero degli Esteri ha parlato di una posizione ancora non definita, segno di un equilibrio delicato tra la volontà di normalizzare i rapporti con Washington e il timore di aprire nuovi fronti di tensione interna e internazionale. Tuttavia, il segnale politico è già arrivato, e difficilmente passerà inosservato a Teheran.

La partita che si sta giocando in Bolivia racconta molto di come l’America Latina sia tornata a essere terreno di competizione tra potenze esterne. Per gli Stati Uniti, il contenimento dell’Iran non passa più solo dal Medio Oriente, ma anche da capitali considerate un tempo marginali, dove oggi si misura la capacità di influenzare governi fragili e di ridisegnare alleanze in un continente che Washington non intende più lasciare in secondo piano.


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