Secondo informazioni raccolte dal Wall Street Journal, Israele e Hamas si stanno preparando a un nuovo confronto armato nella Striscia di Gaza, mentre il cessate il fuoco in vigore appare sempre più come una parentesi tattica che come un passaggio verso una soluzione stabile. Hamas, riferiscono fonti arabe e israeliane citate dal quotidiano americano, ha sfruttato i mesi di tregua per rimettere in piedi una parte significativa delle proprie capacità militari, ricostruendo segmenti della rete di tunnel, addestrando nuovi combattenti e ristabilendo catene di comando compromesse durante la guerra.
Il punto di frizione principale resta il rifiuto di Hamas di disarmare, condizione considerata imprescindibile da Washington nell’ambito del piano per Gaza promosso dall’ex presidente Donald Trump, che punta a un’amministrazione alternativa della Striscia e a una riduzione drastica del potere militare dell’organizzazione islamista. Un rifiuto che, a Gerusalemme, viene letto non come una mossa negoziale ma come una dichiarazione di intenti. Per questo le Forze di difesa israeliane, l’IDF, hanno già elaborato piani per una nuova operazione terrestre, che secondo valutazioni interne potrebbe risultare più rapida rispetto al passato, anche per il mutato contesto sul terreno e per l’assenza di ostaggi israeliani vivi nella Striscia.
Nel frattempo Hamas non si è limitata al riarmo. Approfittando del cessate il fuoco, l’organizzazione ha rafforzato il controllo interno su Gaza, reprimendo oppositori, riorganizzando l’apparato amministrativo e nominando nuovi comandanti. Un lavoro silenzioso ma sistematico, reso possibile anche da una significativa ripresa finanziaria. Dati presentati in recenti riunioni di sicurezza israeliane indicano che Hamas disporrebbe oggi di liquidità compresa tra i 400 milioni e il miliardo di shekel, una cifra che potrebbe essere persino sottostimata.
Una parte rilevante di queste entrate deriva dal sistema di tassazione imposto alla popolazione e al settore privato. Circa il settanta per cento dell’economia di Gaza resta in mano ad attività private che Hamas tassa in modo diretto e indiretto, applicando prelievi su ogni camion di aiuti e ulteriori imposte sulla vendita delle merci nei mercati locali. Secondo fonti dell’IDF, si tratta di un flusso quotidiano di decine di milioni di shekel che alimenta senza interruzioni le casse dell’organizzazione.
Il nodo degli aiuti umanitari è centrale anche sul piano politico. Da ottobre, ogni settimana sono entrati nella Striscia circa 4.200 camion, un volume che, secondo ambienti della sicurezza israeliana, eccede di molto il minimo necessario alla sopravvivenza della popolazione e che finisce per rafforzare Hamas. Eppure un rallentamento appare improbabile. Il Qatar, principale sponsor politico e finanziario di Hamas, avrebbe posto come condizione per il proprio sostegno la continuità del flusso di aiuti, rendendo di fatto impraticabile qualsiasi discussione su una sospensione.
A questo si aggiungono i canali indiretti di finanziamento, che includono trasferimenti di denaro tramite applicazioni digitali, tasse sulle operazioni di cambio valuta e contrabbando di beni attraverso rotte non autorizzate, talvolta occultati negli stessi convogli umanitari. È un sistema rodato, che Hamas utilizza da anni e che le ha permesso di pagare stipendi e mantenere la fedeltà di migliaia di miliziani anche durante le fasi più dure del conflitto.
Verso un nuovo ciclo di guerra, mentre Hamas ricostruisce e Israele prepara le opzioni
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