Nella vicenda venezuelana colpisce la rapidità con cui molti sono passati dalla causa pro-pal alla causa pro-Maduro, rimuovendo del tutto chi fosse questo dittatore e quali rischi per la sicurezza globale rappresentasse, tra legami con l’Iran e i suoi proxy, come Hezbollah, e rapporti strutturali con il narcotraffico. Su questa rimozione si è innestato il copione ormai inflazionato della denuncia della “violazione del diritto internazionale”, accompagnata dall’allarme per un “pericoloso precedente” che l’intervento statunitense avrebbe creato.
Donald Trump è un presidente imprevedibile, incline a spiazzare e ad utilizzare metodi spesso poco rassicuranti. Sostenere però che l’operazione in Venezuela sia qualcosa di inedito nelle politiche occidentali significa ignorare la storia degli ultimi trent’anni.
Ricordo che, nei miei studi universitari, alla fine degli anni ’90, ho assistito a lezioni di diritto internazionale di docenti di chiara fama che insegnavano che la Carta delle Nazioni Unite doveva essere letta in chiave evolutiva, per adattarla ai nuovi scenari e per non rimanere ostaggi dei veti incrociati nel Consiglio di Sicurezza. Lo si sostenne per ragioni umanitarie, poi per supportare processi di democratizzazione e, infine, per esigenze di difesa contro pericoli imminenti.
Cosa è infatti accaduto nel 1999? La NATO – in un contesto segnato dalla prevalenza di amministrazioni progressiste – ha bombardato la Serbia, senza aver subito alcun attacco e senza mandato del Consiglio di Sicurezza, contribuendo alla caduta del regime di Milošević e alla nascita di un nuovo Stato, il Kosovo. L’operazione ottenne una significativa copertura politica e dottrinale e legittimò ciò che fu davvero un precedente.
Da allora, l’uso della forza al di fuori dei mandati ONU, o comunque oltre le rigide regole di ingaggio, non è stato un’eccezione, proprio perché, con la fine della Guerra Fredda, gli equilibri che avevano sorretto il multilateralismo del secondo dopoguerra erano mutati e imponevano un adattamento, anche giuridico, dell’azione internazionale. Onestamente, non vedo molta differenza tra quegli interventi e quello che ha portato alla cattura di Maduro.
Né riesco a capire la teoria del “pericoloso precedente”: viene portato l’esempio della Russia, della Cina e persino dell’Iran, ma questi Paesi, statene certi, quando decidono di agire o di sostenere azioni destabilizzanti e terroristiche, non controllano se ci sono precedenti legittimanti. Israele e Ucraina insegnano.
Eppure, solo oggi si invoca una violazione del diritto internazionale. A pensar male si farà peccato, ma vien da chiedersi se la stessa indignazione ci sarebbe stata se l’operazione Maduro fosse stata condotta non da Trump – e subito apprezzata da Netanyahu – ma da un più rassicurante leader progressista. Che ci piaccia o no, la realtà ci dice che il mondo e i suoi equilibri sono cambiati.
Siamo entrati in una fase che impone di ripensare le strutture tradizionali del multilateralismo, non per distruggerle ma per adattarle ai nuovi assetti geopolitici, che vedono il sorgere di due blocchi contrapposti. Da un lato, l’Occidente, che include Israele, avamposto essenziale per la difesa dei suoi valori dal fondamentalismo islamista, e i suoi alleati, tra cui molti Paesi arabi.
Dall’altro lato, un insieme di Stati che va dall’Iran, con i terroristi che finanzia, alla Russia, alla Cina, ai Maduro di turno; un insieme apparentemente eterogeneo, ma unito in un solido sodalizio contro l’Occidente e tutti coloro che aspirano a una normalizzazione dei rapporti.
In questo contesto siamo chiamati ad assumerci una responsabilità chiara: decidere da che parte stare. Se con l’Occidente, che include Israele, avamposto della difesa dei nostri valori contro il fondamentalismo islamista, con tutti i suoi limiti e le sue contraddizioni, ma pur sempre lo spazio storico della democrazia. Oppure con un blocco eterogeneo ma saldato da un comune antagonismo anti-occidentale, che va dall’Iran e dai gruppi terroristici ad esso legati, alla Russia, alla Cina, ai Maduro di turno. Troppi tentennamenti, invece, si vedono in Italia e in Europa, dove in tanti vivono il lusso delle libertà garantite dalle democrazie occidentali, salvo disprezzarle e usare quelle stesse libertà per inneggiare alla “resistenza” di Hamas, applaudire Putin o scandalizzarsi per la caduta di Maduro, in un atto di autolesionismo che ha dell’incredibile.
Finché l’equivoco non verrà chiarito, non solo appariremo deboli agli occhi dell’altro fronte, pronto ad attaccarci senza fare sconti, ma nemmeno avremo la credibilità per entrare in una dialettica critica, anche dura, con quei capi di governo che, forse con modi opinabili, si muovono comunque all’interno di uno schema preciso, che mette al centro la difesa dell’Occidente.
Rischiamo di rimanere senza identità: né di qua, né di là. Disponibili a giocare di fioretto, quando il resto del mondo gioca, purtroppo, di spada.
Venezuela. Maduro e il diritto internazionale selettivo
Venezuela. Maduro e il diritto internazionale selettivo

