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Venezuela, anatomia di un collasso annunciato

Numeri, tempi e responsabilità di una catastrofe economica lunga vent’anni.

Daniele Scalise

Tempo di Lettura: 3 min
Venezuela, anatomia di un collasso annunciato

Il collasso economico del Venezuela non è stato improvviso né accidentale ma è stato un processo lungo, misurabile e soprattutto scandito da cifre implacabili. Un disastro costruito nel tempo, sotto gli occhi del mondo, mentre il Paese passava da potenza energetica regionale a caso di studio globale sul fallimento dello Stato.

Ancora all’inizio degli anni Duemila, il Venezuela era ancora uno dei Paesi più ricchi dell’America Latina. Nel 2013, alla morte di Chávez, il PIL si attestava intorno ai 370 miliardi di dollari. Dieci anni dopo, il PIL reale risultava ridotto di oltre il 75 per cento. Una contrazione che nessun Paese non in guerra ha registrato in tempo di pace.

Il cuore del disastro è stato il petrolio. Nei primi anni del Duemila, la produzione superava i 3 milioni di barili al giorno mentre nel 2020 era crollata sotto i 400 mila. Un collasso verticale, dovuto non alle sanzioni – arrivate tardi – ma alla gestione politica di Petróleos de Venezuela (PDVSA), la compagnia petrolifera statale del Venezuela, trasformata in strumento clientelare, svuotata di ogni competenza e utilizzata dal potere come un vero e proprio bancomat. La dipendenza totale dal greggio ha completato il disastro al punto che quando il prezzo scendeva, lo Stato si svuotava.

Tra il 2017 e il 2021 il Venezuela ha vissuto una delle peggiori iperinflazioni che la storia moderna abbia mai registrato. Nel 2018 l’inflazione annua ha superato il milione per cento. I salari reali si sono polverizzati tanche che nel 2020 il salario minimo equivaleva a meno di due dollari al mese. I risparmi sono stati cancellati in un batter d’occhio, la moneta era carta straccia e la vita quotidiana era stata riportata a un’economia di pura sopravvivenza.

Anche il sistema produttivo interno è stato massacrato. Basta un dato a capirlo: tra il 1999 e il 2022 oltre il 70 per cento delle imprese private ha chiuso bottega e l’agricoltura, un tempo in grado di coprire buona parte del fabbisogno nazionale, è collassata. Il Venezuela è diventato così importatore netto di cibo, pur avendo una delle maggiori riserve di terra fertile del continente sudamericano.

Il tracollo sociale è misurabile quanto quello economico. Secondo dati ONU, oltre 7,7 milioni di venezuelani hanno lasciato il Paese dal 2015 in poi. Anche qui un record negativo, essendo il più grande esodo nella storia recente dell’America Latina. Ospedali senza elettricità, scuole senza insegnanti, reti idriche e infrastrutture polverizzate. Nel 2019 oltre il 90 per cento della popolazione viveva in condizioni di povertà.
Le sanzioni internazionali hanno aggravato una crisi già in atto, ma non sono state quelle ad averla creata. Il crollo del PIL, della produzione petrolifera e del potere d’acquisto era iniziato anni prima. Le sanzioni hanno colpito un sistema già devastato da controlli dei prezzi, espropri, cambio multiplo e corruzione strutturale.

Per orientarsi nel disastro, bastano quattro indicatori chiave. Produzione petrolifera: meno 85 per cento in vent’anni. PIL reale: meno 75 per cento. Inflazione cumulata: milioni per cento. Emigrazione: quasi un quarto della popolazione. Numeri, questi, che non ammettono interpretazioni ideologiche.

Il Venezuela non è crollato perché “assediato”, come dice qualcuno ispirato dal regime. È crollato perché governato come un feudo ideologico, senza regole, senza competenze e senza scrupoli. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: uno Stato che sopravvive a fatica, una società fratturata e disperata e un’economia ridotta a puro relitto. Capire il collasso venezuelano significa guardare ai fatti, non alle bandiere. E i fatti, purtroppo, sono talmente chiari che si fa fatica a crederci davvero.


Legge morale e convenzioni internazionali
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