C’è un dato che dovrebbe imporre prudenza, se non un cambio di tono, a chi da mesi parla di Gaza solo in termini assoluti, ignorando qualunque elemento concreto che non si adatti a una presa di posizione preconfezionata. È il dato diffuso dall’Organizzazione mondiale della sanità a fine febbraio, quando una campagna di vaccinazione antipolio durata cinque giorni ha raggiunto circa 603 mila bambini sotto i dieci anni in tutta la Striscia. Un numero elevatissimo, superiore persino alle stime prebelliche della popolazione infantile in quella fascia d’età, e ottenuto grazie a un accesso umanitario più ampio reso possibile dal cessate il fuoco.
Non si tratta di una nota marginale né di un dettaglio tecnico per addetti ai lavori. Parliamo di una delle più vaste operazioni sanitarie condotte a Gaza negli ultimi anni, portata avanti dal ministero della Sanità palestinese con il supporto dell’OMS, dell’Unicef, dell’UNRWA e di altri partner internazionali. Oltre milleseicento squadre di vaccinazione, in larga parte mobili, hanno raggiunto famiglie che nei mesi precedenti erano rimaste escluse per via degli sfollamenti, delle difficoltà di coordinamento e dell’insicurezza, soprattutto nel nord della Striscia, in aree come Jabalia, Beit Lahiya e Beit Hanoun. Nonostante il maltempo e le condizioni logistiche complesse, la risposta della popolazione è stata ampia, segno che la consapevolezza sull’importanza delle vaccinazioni non è mai venuta meno, come dimostrano anche i tassi di immunizzazione precedenti al conflitto.
Questo dato, però, ha un peso che va oltre la salute pubblica. Perché mentre l’OMS certifica la presenza di oltre seicentomila bambini sotto i dieci anni raggiunti in pochi giorni, crollano molte delle affermazioni che circolano da mesi sul numero complessivo delle vittime e sulla composizione della popolazione colpita. A rendere il quadro ancora più problematico è una dichiarazione arrivata direttamente da Hamas, che ha annunciato il pagamento di sussidi a circa cinquantamila vedove di combattenti uccisi dall’IDF nella guerra iniziata il 7 ottobre. Una cifra che, per stessa ammissione dell’organizzazione islamista, suggerisce che una parte consistente dei morti a Gaza fosse costituita da miliziani e non da civili.
Mettere insieme questi due elementi non significa negare la sofferenza reale della popolazione né minimizzare l’impatto devastante del conflitto, ma impone di distinguere, di leggere i numeri e di sottrarre il dibattito alla propaganda. La sanità, paradossalmente, diventa il terreno su cui emergono le contraddizioni più evidenti. La stessa OMS, che continua a chiedere un cessate il fuoco duraturo e il ripristino delle funzioni essenziali del sistema sanitario, ha fornito uno dei dati più solidi e difficili da aggirare sull’attuale realtà demografica della Striscia.
In un contesto in cui ogni cifra viene usata come arma politica, il successo della campagna antipolio racconta una Gaza più complessa di quella descritta nei cortei e nei comunicati militanti. Racconta una popolazione giovane ancora numerosa, una capacità organizzativa sanitaria che resiste nonostante tutto e, soprattutto, l’urgenza di tornare a discutere dei fatti prima degli slogan. Anche perché, senza un confronto serio con la realtà, non c’è spazio né per la tutela dei civili né per una prospettiva credibile di futuro.
Vaccini, numeri e silenzi: Gaza tra realtà sanitaria e propaganda di guerra

