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Il Punto. Uzbekistan, il perno silenzioso dell’Asia centrale

Tra Russia, Cina e Turchia, Tashkent si muove con prudenza e ambizione, cercando spazio in un equilibrio regionale sempre più competitivo

Rosa Davanzo

Tempo di Lettura: 3 min
Il Punto. Uzbekistan, il perno silenzioso dell’Asia centrale

Nel cuore dell’Asia centrale, lontano dai riflettori delle grandi crisi globali ma tutt’altro che marginale, l’Uzbekistan sta ridefinendo il proprio ruolo con una strategia che combina apertura economica, cautela politica e una crescente consapevolezza del proprio peso geografico. Dopo la lunga stagione autoritaria di Islam Karimov, il paese guidato da Shavkat Mirziyoyev ha intrapreso un percorso di riforme che, pur restando controllato, ha modificato profondamente la percezione internazionale di Tashkent, rendendola un interlocutore più prevedibile e, per molti versi, più interessante.

La posizione dell’Uzbekistan è, in sé, una risorsa strategica. Senza sbocco al mare e incastonato tra potenze regionali spesso concorrenti, il paese si trova al crocevia di corridoi energetici, rotte commerciali e interessi geopolitici che vanno ben oltre la sua dimensione nazionale. La sua stabilità interna, per quanto costruita su un sistema ancora fortemente centralizzato, rappresenta un elemento di attrazione per investimenti e progetti infrastrutturali, soprattutto nel quadro delle iniziative cinesi legate alla Belt and Road, che vedono in Tashkent un nodo logistico sempre più rilevante.

I rapporti con Mosca restano solidi, anche per ragioni storiche e linguistiche, ma non sono più esclusivi come un tempo. L’Uzbekistan ha scelto di non legarsi troppo strettamente alle strutture militari russe, preferendo una linea di autonomia che gli consente di dialogare anche con altri attori, a partire dalla Cina, la cui presenza economica è ormai capillare, e dalla Turchia, che investe su un legame culturale e linguistico che si traduce in cooperazione economica e politica.

Questo equilibrio, tuttavia, è anche in questo paese, piuttosto fragile. La competizione tra le potenze esterne si riflette inevitabilmente anche all’interno del paese, dove il governo cerca di evitare che una dipendenza eccessiva da un singolo partner possa trasformarsi in una vulnerabilità. La scelta è quella di moltiplicare le relazioni, mantenendo aperti canali con l’Europa e con gli Stati Uniti, soprattutto sul piano economico e della sicurezza.

In questo quadro si inserisce anche il rapporto con Israele, meno visibile ma non irrilevante. L’Uzbekistan è uno dei pochi paesi a maggioranza musulmana ad aver mantenuto relazioni stabili con Gerusalemme, sviluppando nel tempo cooperazioni nei settori della sicurezza, dell’agricoltura e della tecnologia. La presenza storica di una comunità ebraica, oggi ridotta ma simbolicamente significativa, contribuisce a mantenere un terreno favorevole al dialogo, che negli ultimi anni ha conosciuto una discreta intensificazione.

Sul piano interno, le riforme di Mirziyoyev hanno prodotto aperture economiche e una certa liberalizzazione, ma senza intaccare il controllo politico del sistema. I media restano sotto vigilanza, l’opposizione è limitata e il potere continua a essere concentrato nelle mani dell’esecutivo. Tuttavia, rispetto al passato, il paese appare meno chiuso, più dinamico e soprattutto più consapevole della necessità di attrarre investimenti e modernizzare la propria economia.

L’Uzbekistan si trova così in una posizione peculiare: abbastanza stabile da essere considerato un partner affidabile, ma ancora lontano dagli standard delle democrazie liberali; abbastanza aperto da attrarre capitali, ma sufficientemente controllato da evitare scosse interne. In un’Asia centrale che sta tornando al centro delle attenzioni globali, Tashkent sembra aver scelto la strada di una prudenza attiva, cercando di trasformare la propria collocazione geografica in un vantaggio strategico.

La vera incognita riguarda la capacità di mantenere questo equilibrio nel medio periodo. Se la pressione delle potenze esterne dovesse intensificarsi o se le riforme interne dovessero rallentare, il margine di manovra potrebbe restringersi rapidamente. Per ora, però, l’Uzbekistan resta uno degli attori più interessanti di una regione che, sotto una superficie apparentemente immobile, si sta muovendo molto più velocemente di quanto si sia disposti ad ammettere.


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