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Uomini senza passato

Passare dalla “felicità” senza scelta al diritto senza responsabilità

Giorgio Berruto

Tempo di Lettura: 5 min
Uomini senza passato

Nel romanzo incompiuto di Andrej Platonov Mosca felice, Mosca non è la città, o almeno non solo, ma la protagonista, orfana della guerra civile nella Russia di Stalin. Mosca e milioni di altri come lei sono i tasselli perfetti per l’edificazione del paradiso socialista perché senza famiglia, senza passato, senza tradizioni e quindi inevitabilmente senza sogni e senza ideali. Come i bambini-assassini messi da Pol Pot di guardia nei campi della morte, sono materiale da costruzione – materiale umano – per eccellenza di tutti i regimi con aspirazioni totalitarie. Per questo Mosca è felice: perché non conosce passione, dubbio, amore, delusione e odio; in una parola, non conosce la scelta. Si adatta al contenitore, come l’aria o l’acqua. Galleggia in un eterno, amorfo, piatto presente, e poi di colpo affonda senza quasi che nessuno se ne accorga, neanche lei.

Oggi le sirene di Mosca – la protagonista o anche la città? – esercitano un richiamo potente in Occidente. È la voglia di farla finita con la storia, il passato, le tradizioni. È il rifiuto del prima in nome della stessa felicità della giovane del romanzo di Platonov: quella di chi non ha nulla perché non sa nulla, la felicità del tacchino induttivista che gode nel vedersi rimpinzare ogni giorno – ogni giorno prima che gli si tiri il collo, s’intende. Il passato, proprio come nella dittatura sovietica per tutti coloro incapaci di dimostrare una purissima e oscura genealogia proletaria, è additato come un peso di cui vergognarsi, un vincolo da cui emanciparsi. La stessa parola “tradizione” suscita sospetto: sembra evocare immobilismo, conservatorismo politico, nostalgia sterile, il che sembra confermato dal fatto che molti suoi modernissimi alfieri la usano e abusano esattamente in questi sensi. Rimane tuttavia un’identificazione superficiale, a prescindere che a proporla siano detrattori o fautori. La tradizione non coincide necessariamente con un orientamento politico: è il tessuto della nostra identità.

Noi siamo il nostro passato. Lo siamo concretamente nella lingua, nei gesti, nelle abitudini, nelle idee – tutte cose che arrivano dal prima. Anche quando crediamo di innovare, lo facciamo sempre a partire da ciò che abbiamo ereditato: raccogliamo la palla e la lanciamo avanti, non ci mettiamo certo a fabbricare il pallone. Per questo il rifiuto del passato è altrettanto unilaterale della sua esaltazione antiquaria o monumentale, comunque acritica: quell’esaltazione capace di giustificare tutto e assolvere tutto in nome di una qualsiasi divinità, della storia, del progresso o del regresso, della mitica età dell’oro, della geopolitica o del futuro.

Il gesto di auto-cancellazione di chi vuole disfarsi del passato viene spesso presentato nei termini di una liberazione, se non addirittura di eroismo prometeico. La felicità, si dice, sta davanti e non dietro, nel poetico Paese dei Balocchi (pazienza se asinino, anzi meglio) e non nell’opera prosaica di ogni giorno. Idea seducente come tutti gli slogan: solo liberandoci dai legami del passato possiamo essere finalmente felici. La felicità diventa così il criterio ultimo, l’unico metro di giudizio. Non i doveri, non le responsabilità, non la cura di ciò che abbiamo ricevuto, ma la realizzazione immediata del proprio individuale benessere.

Così la felicità si trasforma facilmente in pretesa. Non è più qualcosa da costruire (il “paradiso socialista”), ma un diritto da esigere. Se non sono felice, qualcuno o qualcosa è responsabile di questa mancanza: la società, le istituzioni, le generazioni precedenti, la tradizione-gabbia. La logica del diritto schiaccia quella della responsabilità. E la responsabilità stessa viene percepita come un residuo di un’epoca superata, una stramberia da fiera di paese, se non addirittura un vecchiume inutile da gettare nel fosso.

Il rifiuto in blocco del passato ha un effetto, anche se non quello sperato di avvicinare il paradiso terrestre: deresponsabilizza. È meno affrancamento dello schiavo che fuga dalla libertà, meno smascheramento degli idoli di qualsiasi filosofica caverna che il suo bombardamento al tappeto. Il paradosso è che lacerando a morsi il cordone ombelicale delle nostre radici per affermare noi stessi finiamo per dissolverci, svuotarci. Finiamo come Mosca felice.

Non è una fine inevitabile, un destino scritto. Nella tradizione ebraica, ha scritto Walter Benjamin, “ogni secondo era la piccola porta da cui poteva entrare il messia”. Solo l’aggancio saldo a una tradizione consente il salto verso l’utopia; solo il radicamento nel passato permette l’ingresso nel futuro. Forse anche per questo, per il suo essere non monumento da idolatrare o abbattere con violenza iconoclasta – due gesti in fondo uguali e opposti – bensì ponte tra passato e futuro, la tradizione ebraica dà fastidio a tanti. Recuperare il senso della tradizione non significa rinunciare al cambiamento, ma riconoscere che ogni cambiamento autentico nasce da un dialogo con ciò che è stato, che ogni nuova pagina è interpretazione, rielaborazione, midrash. La volontà di cancellare e cancellarsi, oggi in voga – cancel culture, diritto scardinato dal dovere, moralismo giustizialista – è pronta a replicare gli orrori e le automutilazioni del paradiso in terra della felice Mosca.


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