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Università britanniche, il confine che si sposta ogni giorno

Un rapporto sugli studenti ebrei fotografa un clima che non è più episodico e che costringe molti a modificare la propria vita accademica per evitare ostilità e isolamento

Alessandro Carmi

Tempo di Lettura: 4 min
Università britanniche, il confine che si sposta ogni giorno

Dalle università britanniche arriva un segnale che non può essere liquidato come una somma di episodi isolati, perché i dati raccolti dalla Union of Jewish Students nel rapporto “Time for Change” restituiscono un ambiente in cui l’ostilità verso gli studenti ebrei tende a diventare parte del paesaggio quotidiano, con effetti concreti sulla libertà di movimento, sulle relazioni sociali e perfino sulla possibilità di vivere l’esperienza universitaria senza sentirsi esposti. Quando quattro studenti ebrei su dieci dichiarano di aver cambiato i propri percorsi all’interno del campus per evitare manifestazioni anti-israeliane che si ripetono con frequenza settimanale, il tema smette di essere astratto e si traduce in una geografia della paura che modifica abitudini, tempi e spazi.

Il dato che colpisce di più riguarda la normalizzazione di atteggiamenti che fino a pochi anni fa sarebbero stati considerati marginali, perché quasi la metà degli studenti ebrei intervistati riferisce di aver sentito compagni giustificare il massacro del 7 ottobre, mentre una quota significativa racconta episodi di isolamento, perdita di amicizie e pressioni legate alla propria identità. In questo contesto, il confine tra critica politica e ostilità verso le persone tende a dissolversi, lasciando spazio a una forma di conflitto che si sposta dal piano delle idee a quello della convivenza quotidiana.

Ancora più rivelatori sono i dati che riguardano gli studenti non ebrei, tra i quali emerge una disponibilità crescente ad accettare stereotipi e pregiudizi che appartengono a un repertorio antico, ma che trovano nuova legittimazione dentro il clima attuale. Un quinto degli intervistati dichiara di non voler condividere una stanza con uno studente ebreo, mentre una parte consistente ritiene che affermazioni sul presunto controllo ebraico dei media o del governo non costituiscano antisemitismo, e una quota non trascurabile arriva ad approvarle apertamente. Qui il problema non riguarda soltanto le frange più radicali, perché si intravede una zona grigia molto più ampia, fatta di indifferenza, ambiguità e accettazione passiva.

Le università, che dovrebbero essere luoghi di confronto e di apprendimento, si trovano così al centro di una tensione che mette in discussione la loro stessa funzione, dal momento che la libertà di espressione viene spesso invocata senza distinguere tra dissenso legittimo e pressione intimidatoria, e questo slittamento finisce per creare un ambiente in cui alcuni studenti si sentono autorizzati a spingersi oltre il limite senza incontrare una risposta adeguata. Le parole di Lord Daniel Finkelstein, che nel rapporto parla di un fallimento quando gli ebrei non possono essere membri a pieno titolo della comunità accademica, colgono un punto essenziale, perché indicano una responsabilità istituzionale che non può essere aggirata.

Negli ultimi anni diversi episodi avevano già segnalato un deterioramento del clima, a partire dalle vicende che hanno coinvolto la National Union of Students, costretta nel 2023 a scusarsi per comportamenti discriminatori e, pochi mesi prima, a rimuovere la propria presidente dopo accuse di antisemitismo legate anche a dichiarazioni pubbliche. A questi precedenti si aggiungono casi più recenti, come quello del professore israeliano Michael Ben-Gad a Londra, bersaglio di campagne ostili e azioni di pressione che hanno superato il piano del confronto accademico.
Il quadro che emerge non si esaurisce nel perimetro britannico, perché riflette una dinamica più ampia che attraversa diverse società europee e che trova nei campus un punto di condensazione particolarmente visibile, dove le tensioni globali vengono assorbite e rilanciate in forma amplificata. Se il mondo universitario diventa uno spazio in cui l’appartenenza ebraica comporta un costo sociale crescente, il problema riguarda il modo in cui le democrazie riescono a difendere i propri principi dentro contesti sempre più esposti a conflitti identitari.

Resta aperta la questione di come intervenire senza comprimere il dibattito, ma la fotografia offerta dal rapporto suggerisce che il tempo delle reazioni episodiche è già alle spalle, mentre la sfida richiede un’assunzione di responsabilità più netta da parte delle istituzioni accademiche e politiche, perché il rischio non riguarda soltanto la sicurezza di una minoranza, bensì la qualità complessiva dello spazio pubblico in cui si formano le nuove generazioni.


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