C’è qualcosa di disarmante, e per questo prezioso, nella semplicità con cui Laura Pausini ha detto una cosa che dovrebbe essere ovvia e che invece, in questo clima da tribunale permanente, suona quasi sovversiva. Alla domanda sul boicottaggio dell’Eurovision per la presenza di Israele, non ha fatto giri di parole, non ha cercato formule di compromesso buone per tutte le stagioni, non ha infilato la solita prudenza da ufficio stampa. Ha risposto: io ci andrei. Perché un governo non coincide con ogni singolo cittadino e perché non si punisce un artista per le scelte di chi governa.
Fine. Lineare come un’equazione di scuola media.
Eppure oggi dire una cosa così elementare richiede un piccolo atto di coraggio, perché viviamo in un tempo in cui il ricatto morale è diventato sport nazionale e l’arte viene trattata come una succursale della diplomazia punitiva. Se sali su un palco, devi prima giurare fedeltà alla causa giusta del momento, altrimenti sei complice, sporco, da cancellare. È la logica tribale del “con noi o contro di noi”, che riduce tutto a bandierine e scomuniche.
Pausini, con la naturalezza di chi non sta cercando applausi facili, ha ricordato che gli artisti non sono ambasciatori politici e che uno Stato non è la fotocopia del suo governo. È un principio liberale, prima ancora che musicale. Ed è incredibile che nel 2026 tocchi difenderlo come se fosse un’eresia.
Certo, esporsi ha un costo. Psicologico, perché ti arrivano addosso i professionisti dell’indignazione; politico, perché qualcuno ti metterà subito un’etichetta; economico, perché c’è sempre chi minaccia boicottaggi; sociale, perché basta una riunione di condominio, figurarsi i social network. Proprio per questo la scelta pesa. Non è un gesto a cuor leggero, non è marketing. È una presa di posizione.
In un ambiente dove molti preferiscono il silenzio prudente o il conformismo rumoroso, lei ha fatto un piccolo coming-out civile: non seguo il branco. Non accetto l’idea che la cultura debba trasformarsi in lista di proscrizione. Non accetto di colpire persone in carne e ossa per un riflesso ideologico.
Sembra poco, ma non lo è affatto. Perché quando qualcuno rompe l’automatismo del boicottaggio, rimette al centro gli individui e non le colpe collettive, restituisce un filo d’aria a un dibattito che stava soffocando.
E quell’aria, oggi, è ossigeno puro.
Grazie, signora.
Una voce fuori dal coro
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