L’intervento militare israeliano-americano in Iran ha creato un’opportunità per costruire un equilibrio in Medio Oriente nel quale il fondamentalismo terrorista islamista, che in modo nuovo dal 1979 con l’ascesa al potere di Ruhollah Khomeini domina tutta l’area, possa essere contrastato con successo. Dopo l’Arabia Saudita, persino il Qatar, l’Egitto, la nuova Siria e il Libano hanno compreso il pericolo costituito da un fanatismo omicida iraniano in asse con Cina e Russia.
La scomposta politica estera trumpiana e l’imbarazzante inconsistenza dell’Unione europea e dei suoi Stati membri potrebbero riuscire a sprecare l’occasione storica che pure si prospetta a chi non vuole un mondo egemonizzato da Pechino e dai suoi soci del CRINK (China, Russia, Iran, North Korea).
Che cosa si può fare per scongiurare un esito infausto di questo momento favorevole? Bisogna riflettere, innanzitutto, sulla questione centrale dell’oggi: alle forze militari delle democrazie occidentali, paralizzate dal libero mercato e dal peso — giustamente insuperabile in società aperte — delle opinioni pubbliche, si contrappongono eserciti, gruppi terroristici e milizie di Stati autoritari non vincolati da elettori e, almeno nel medio periodo, in grado di affrontare rigidità economiche non accettabili in Occidente.
Inseguire soluzioni diplomatiche senza avere un piano per pareggiare l’influenza militare delle autocrazie significa costruire equilibri instabili, come è successo dopo la guerra in Iraq nel 2003 e ancor più dopo le iniziative dell’amministrazione Obama tra il 2008 e il 2016 (dalle primavere arabe all’accordo fasullo con un Iran che l’ha utilizzato per costruire la sua rete terroristica in Siria, Libano, Palestina, Yemen).
Magari, invece, oggi c’è lo spazio per ripetere la mossa che la Gran Bretagna organizzò per contrastare e scompaginare l’influenza oppressiva dell’imperialismo ottomano sul Medio Oriente nei primi decenni del Novecento.
Forse, se emiratini e sauditi rinunciassero all’acquisto di qualche centroavanti per le loro squadre di calcio, si potrebbe pensare di ricostruire una forza militare comune. Questa potrebbe nascere con l’aiuto dell’Unione europea, degli Stati Uniti, di Israele e della Gran Bretagna. A essa potrebbero contribuire anche diverse parti dell’Africa e un’India messa in particolare difficoltà dalle mosse iraniane, ispirate anche dai cinesi per contrastare l’influenza di Nuova Delhi.
Il progetto potrebbe inoltre contare sull’appoggio di gran parte del mondo musulmano — a partire da Marocco, Egitto e Indonesia — e su una certa benefica neutralità turca. Un mondo che non ne può più del terrorismo islamista. Forse ci sarebbe, insomma, lo spazio per costruire una nuova “Legione araba” (questa volta autonoma e non dipendente dalla Gran Bretagna), prendendo qualche ispirazione persino dall’ex Wagner russa (oggi Afrikanskiykorpus).
Si tratterebbe di una forza militare in grado di disarmare Hezbollah nel Sud Libano, gli Houthi nello Yemen, Hamas a Gaza, di presidiare la Cisgiordania in modo da favorire la pacifica convivenza con Israele e di intervenire in tutte le aree infestate dal terrorismo dell’Isis e di gruppi affini, dei Pasdaran e di altri attori armati in tutta l’area afro-mediorientale.
Magari ci sono anche altre soluzioni. Però l’importante è concentrarsi sulla concretezza delle scelte da assumere e non evocare scenari di un multilateralismo le cui condizioni per funzionare vanno costruite e non possono essere date per scontate in un mondo che vede la Russia invadere l’Ucraina e l’Iran scatenarsi in iniziative terroristiche interne e globali, di ogni tipo.
Una Legione Araba per disarmare il terrorismo islamista in Medio Oriente