L’idea che «la legge è uguale per tutti» sembra un punto fermo. Eppure, già nel Levitico, dove si legge «avrete una sola legge», la tradizione ebraica ne mette in evidenza la complessità: una norma può essere unica solo se è capace di misurarsi con le differenze reali delle persone. Senza questa attenzione, l’uguaglianza rischia di produrre nuove ingiustizie.
Il primo livello è quello della giustizia “orizzontale”, che chiede al giudice di sospendere ogni pregiudizio: non guardare al rango, non lasciarsi influenzare dall’aspetto, non ascoltare una parte prima dell’altra. Nei testi biblici e talmudici è una regola imprescindibile. La parità formale garantisce che il processo si svolga su un terreno comune a tutti.
Ma la realtà sociale non è un terreno uniforme. Esiste una giustizia “verticale”, che introduce una correzione: prende atto delle disparità e chiede alla legge di farsene carico. Nel Levitico, lo straniero è messo “alla pari” con il nativo, pur restando straniero: un modo per dire che l’uguaglianza giuridica non cancella la distanza dell’esperienza. E se quella distanza produce vulnerabilità, la norma deve colmarla, non ignorarla. Poveri, vedove, orfani, leviti senza terra: la Bibbia li cita esplicitamente come categorie da proteggere, perché lì si misura la tenuta etica della comunità.
A rafforzare questo principio interviene la memoria: «Ricorderai che fosti schiavo in Egitto». L’esodo, come la Creazione, diventa un ancoraggio etico. Se ogni essere umano è “a immagine di Dio”, l’uguaglianza è un dato originario. Ma il ricordo della schiavitù, dell’essere stati stranieri, rende obbligatoria l’attenzione verso chi oggi vive condizioni simili. Non è un fatto sentimentale, bensì un criterio di giustizia.
Un caso esemplare di questa logica è la celebre “legge del taglione”. Il proverbiale «occhio per occhio» non è un invito alla vendetta, ma una limitazione: la pena non può superare il danno. È una risposta alla violenza smisurata rappresentata da Lamech, che voleva vendicarsi settantasette volte. La Torà riduce l’istinto di ritorsione e lo inserisce in una cornice legale.
Il Talmùd, però, va oltre la lettera. Se l’aggressore avesse già perso un occhio, togliergli l’altro lo renderebbe totalmente cieco: la punizione sarebbe sproporzionata. Per essere equa, la legge deve trovare un equivalente che valga per tutti. È qui che compare il risarcimento monetario. Il passaggio è decisivo: dalla logica del baratto – “la stessa cosa per la stessa cosa” – a quella di una misura generale, capace di valutare situazioni diverse con uno stesso parametro. Oggi, non a caso, pene dissimili vengono espresse nella stessa unità – il tempo di reclusione.
La tradizione ebraica mostra così che giustizia non significa applicare formule rigide, ma tenere insieme uguaglianza e differenza, proporzione e memoria, norma e vita concreta. È una lezione antica che continua a parlare al presente: la legge è davvero “una sola” solo se riesce a vedere ciò che distingue, oltre a ciò che accomuna.
Roberto Della Rocca
Rabbino e direttore formazione e cultura dell’UCEI
Una legge sola, mai cieca
Una legge sola, mai cieca

