La dichiarazione diffusa a metà gennaio dai Patriarchi e Capi delle Chiese di Gerusalemme contro il sionismo cristiano ha avuto l’effetto di una scossa interna al mondo cristiano locale, aprendo una frattura che va ben oltre il testo ufficiale e che chiama in causa equilibri politici, influenze regionali e una questione identitaria rimasta troppo a lungo sullo sfondo. Pur senza nominarlo, il documento è stato letto come un attacco diretto a Ihab Shlayan, veterano dell’IDF e fondatore del movimento Israeli Christian Voice, figura sempre più visibile di un cristianesimo arabo israeliano che rivendica apertamente appartenenza allo Stato e sostegno al progetto sionista.
La reazione è stata immediata e aspra, soprattutto sui social, dove il testo è stato utilizzato come prova che il sionismo cristiano sarebbe estraneo a un consenso religioso condiviso. Una lettura che, col passare dei giorni, si è rivelata fragile. Il documento, infatti, pur presentato come espressione collegiale, non ha trovato un sostegno compatto all’interno delle Chiese che formalmente lo compongono. L’assenza di una firma esplicita del Patriarca latino di Gerusalemme, Pierbattista Pizzaballa, e il silenzio imbarazzato della Custodia francescana hanno sollevato dubbi sulla reale portata e legittimità dell’iniziativa.
Secondo Shlayan, la spinta decisiva sarebbe arrivata dal Patriarcato greco-ortodosso, sottoposto a forti pressioni esterne, in particolare da parte della Giordania e dell’Autorità Palestinese, che esercitano un’influenza significativa su porzioni chiave del cristianesimo di Gerusalemme Est. Una dinamica che riporta al centro il ruolo politico delle istituzioni religiose e la loro vulnerabilità a condizionamenti che nulla hanno a che vedere con il dibattito teologico. Il riferimento al Waqf giordano e alla sua capacità di incidere sugli equilibri locali non è casuale, perché segnala come la questione cristiana venga spesso assorbita e subordinata a interessi più ampi, legati al controllo dei luoghi e alla gestione del conflitto israelo-palestinese.
Il caso diventa ancora più significativo se si guarda alla figura di Pizzaballa, considerato da molti un ponte naturale tra comunità cristiane, Israele e mondo ebraico. La sua traiettoria, fatta di dialogo costante e di una prudenza che non rinuncia alla franchezza, mal si concilia con un attacco frontale ad altri cristiani per le loro convinzioni politiche. Non a caso, mentre il documento circolava, il Patriarca si trovava in Giordania e potrebbe non aver avuto modo di esprimere una posizione prima della pubblicazione, secondo una prassi interna che presume il consenso in assenza di obiezioni formali.
La vicenda si intreccia con l’ascesa pubblica di Shlayan, che dopo venticinque anni di servizio militare ha deciso di esporsi apertamente, incontrando diplomatici, ministri e rappresentanti internazionali, compreso l’ambasciatore statunitense Mike Huckabee, per denunciare quella che considera una distanza crescente tra le leadership ecclesiastiche e i bisogni reali dei cristiani in Israele. Una critica che tocca nervi scoperti, perché mette in discussione un sistema di rappresentanza spesso autoreferenziale, poco incline ad accettare voci interne non allineate.
Sul fondo resta una domanda irrisolta, che riguarda il posto dei cristiani nello Stato di Israele. Shlayan chiede un riconoscimento specifico come minoranza distinta, politiche educative autonome e una maggiore attenzione istituzionale, a partire dall’esercito e dalla memoria dei caduti cristiani. Rivendicazioni che non trovano spazio nel linguaggio dei Patriarchi, più concentrati su equilibri regionali e su una lettura del conflitto che tende a ridurre le identità a blocchi contrapposti.
La polemica sul sionismo cristiano, in definitiva, è solo la superficie di uno scontro più profondo, che riguarda chi ha il diritto di parlare a nome dei cristiani di Terra Santa e con quale legittimità. Il fatto che una dichiarazione presentata come unanime si sia rivelata parziale e contestata dice molto dello stato attuale delle Chiese a Gerusalemme, strette tra pressioni esterne, timori interni e la difficoltà di riconoscere che il panorama cristiano locale è cambiato. E forse continuerà a cambiare, con o senza il consenso delle sue gerarchie.
Una frattura silenziosa tra Chiese, politica e identità

