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Una flottiglia per Gaza che parla d’altro

Dietro il linguaggio umanitario riaffiora una strategia politica esplicita, mentre Israele resta il vero bersaglio dichiarato dell’iniziativa

Paolo Montesi

Tempo di Lettura: 3 min
Una flottiglia per Gaza che parla d’altro

Nonostante la fine delle ostilità e l’ingresso regolare di aiuti umanitari nella Striscia di Gaza, il fronte dell’attivismo pro-palestinese rilancia sul terreno simbolico con una nuova flottiglia che promette numeri più ampi e obiettivi più ambiziosi rispetto al passato. L’annuncio è arrivato in questi giorni dalla cosiddetta Flottilla mondiale del Sumud, che prevede di mobilitare circa cento imbarcazioni e diverse migliaia di partecipanti, raddoppiando di fatto la portata dell’operazione intercettata dalla marina israeliana lo scorso ottobre, in coincidenza con Yom Kippur.

Allora i numeri erano più contenuti e l’epilogo prevedibile. Quaranta barche, poco più di quattrocento attivisti, tra cui figure mediaticamente riconoscibili, furono fermati e rimpatriati senza incidenti di rilievo. Questa volta, però, l’impianto politico dell’iniziativa appare più scoperto e meno difendibile dietro il consueto paravento dell’emergenza umanitaria. Le partenze sono previste tra un mese da porti spagnoli, tunisini e italiani, mentre si parla anche di un possibile convoglio terrestre che dovrebbe attraversare l’Egitto, ipotesi che al Cairo viene accolta con un silenzio che la dice tutta, memore delle repressioni avvenute in occasione di tentativi simili.

Gli organizzatori parlano di medici, ingegneri, esperti forensi e osservatori dei crimini di guerra, delineando un progetto che, nelle loro stesse parole, non si limita alla consegna di aiuti ma punta a stabilire una presenza civile duratura a Gaza. È un passaggio che merita attenzione, perché sposta il baricentro dell’operazione da un piano umanitario, già ampiamente coperto dai canali internazionali, a uno squisitamente politico, che mira a creare fatti compiuti e a contestare direttamente il controllo israeliano degli accessi alla Striscia.

Nel frattempo, sul terreno, la situazione racconta altro. Dall’accordo di cessate il fuoco di ottobre, l’ingresso di viveri, carburante e materiali è aumentato in modo significativo. Secondo dati forniti dall’esercito israeliano, ogni settimana entrano a Gaza oltre quattromila camion, una quantità che Israele considera superiore ai bisogni immediati della popolazione, anche tenendo conto delle note pratiche di appropriazione e deviazione degli aiuti da parte di Hamas. Siamo di fronte a un quadro che rende sempre più fragile la giustificazione di iniziative presentate come indispensabili per evitare una catastrofe umanitaria imminente.

Il volto politico della flottiglia è emerso senza troppe cautele durante la conferenza stampa di presentazione, affidata a Mandla Mandela, nipote di Nelson Mandela, già fermato durante la precedente spedizione. Le sue parole non lasciano spazio a interpretazioni ambigue. Israele viene descritto come uno Stato di apartheid e l’obiettivo dichiarato diventa il suo isolamento internazionale fino al collasso, evocando esplicitamente il parallelo con il Sudafrica del passato. Non si tratta di una forzatura giornalistica, ma di un’affermazione rivendicata a microfoni aperti.

Gli stessi promotori ammettono che le probabilità di raggiungere fisicamente Gaza sono minime, vista la prevedibile reazione israeliana e le difficoltà logistiche. Eppure insistono sull’importanza dell’impatto mediatico e simbolico dell’operazione, convinti che anche un fallimento operativo possa trasformarsi in un successo politico. È qui che il linguaggio umanitario mostra definitivamente le sue crepe, lasciando emergere una strategia che utilizza Gaza come piattaforma e la sofferenza civile come leva comunicativa.

Alla fine, più che una flottiglia diretta verso la Striscia, sembra prendere forma un’azione diretta contro Israele, costruita per alimentare pressione internazionale e mobilitazione ideologica. Che questo avvenga mentre gli aiuti entrano regolarmente e mentre la regione tenta faticosamente di uscire dalla fase bellica dice molto sulle reali intenzioni dei promotori, e poco sull’urgenza umanitaria che continuano a sventolare come bandiera.


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