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Una base americana a ridosso di Gaza

Washington prepara un insediamento militare da mezzo miliardo di dollari che cambierebbe gli equilibri sul terreno e il ruolo di Israele nella Striscia

Shira Navon

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Una base americana a ridosso di Gaza

Gli Stati Uniti stanno valutando la costruzione di una grande base militare nell’area israeliana al confine con Gaza, un progetto che secondo fonti israeliane comporterebbe un investimento stimato attorno ai 500 milioni di dollari e potrebbe ospitare diverse migliaia di soldati incaricati di sostenere il mantenimento del cessate il fuoco tra Israele e Hamas. L’iniziativa, discussa nelle ultime settimane tra funzionari americani, governo israeliano e vertici dell’IDF, rappresenta un salto di qualità nell’impegno diretto di Washington sul terreno e segnala una volontà politica difficilmente equivocabile di incidere in modo strutturale sugli sviluppi della crisi israelo-palestinese.

Secondo dirigenti della sicurezza israeliana a conoscenza dei colloqui preliminari, la nuova struttura sarebbe destinata alle forze statunitensi e a contingenti internazionali operativi a Gaza con funzioni di supervisione e coordinamento. Non si tratterebbe dunque di una presenza simbolica o limitata, bensì di un’infrastruttura permanente capace di sostenere operazioni complesse e continuative. Dalla Guerra dei Sei Giorni in poi, Israele ha sempre cercato di contenere al minimo l’ingresso di attori esterni nei territori contesi; la prospettiva di una base americana su suolo israeliano in prossimità della Striscia indica quanto l’amministrazione statunitense intenda assumere un ruolo diretto e visibile nella gestione del dopoguerra.

Finora la presenza militare americana in Israele è rimasta circoscritta. Dopo la firma dell’accordo di cessate il fuoco con Hamas, circa duecento soldati statunitensi sono stati dispiegati presso il Centro di Coordinamento Militare Centrale degli Stati Uniti, il CMCC, a Kiryat Gat, mentre durante la guerra con l’Iran Washington aveva inviato due batterie del sistema antimissile THAAD che contribuirono all’intercettazione dei lanci iraniani. La nuova base costituirebbe un ampliamento sostanziale di quel dispositivo, sia per dimensioni sia per funzioni operative.

Il rafforzamento del CMCC non riguarda soltanto l’aspetto militare. Secondo fonti informate, il centro di Kiryat Gat dovrebbe assumere il controllo quasi totale della distribuzione degli aiuti umanitari nella Striscia, relegando a un ruolo secondario il COGAT, l’ente israeliano che coordina le attività governative nei territori. Questo passaggio, anticipato nei giorni scorsi anche dalla stampa americana, implicherebbe un ridimensionamento dell’autonomia decisionale di Israele su tempi, modalità e tipologia degli ingressi umanitari a Gaza. Michael Milshtein, ricercatore senior del Moshe Dayan Center dell’Università di Tel Aviv ed ex responsabile per gli affari palestinesi nell’intelligence militare israeliana, ha osservato che lo status di Israele come attore dominante nella Striscia è destinato a mutare se il CMCC assumerà la guida delle principali attività operative.

Sul piano politico interno agli Stati Uniti, il progetto potrebbe aprire un confronto non privo di tensioni. Una parte consistente del Partito Repubblicano guarda con diffidenza a un’ulteriore espansione della presenza militare americana all’estero, soprattutto in un contesto segnato da pressioni sul bilancio federale e da un’opinione pubblica stanca di interventi prolungati. Tuttavia, la Casa Bianca sembra determinata a consolidare una presenza che le consenta di incidere direttamente sulla stabilità della Striscia e di presidiare un’area ritenuta cruciale per l’equilibrio regionale.

L’ambasciata statunitense in Israele ha rinviato le richieste di commento al Dipartimento della Difesa, che a sua volta ha indirizzato le domande al Comando Centrale degli Stati Uniti senza fornire, finora, una risposta ufficiale. Il silenzio istituzionale non attenua il peso politico dell’iniziativa, che se confermata introdurrebbe un elemento nuovo e duraturo nell’architettura di sicurezza tra Israele, Gaza e Washington, con effetti destinati a farsi sentire ben oltre l’attuale tregua.


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