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Una ambasciata fuori scala nel cuore di Londra

La scelta del governo laburista tra realpolitik, timori di sicurezza e fratture politiche interne

Rosa Davanzo

Tempo di Lettura: 3 min

La decisione del governo britannico di autorizzare la costruzione di una nuova, gigantesca ambasciata cinese a Londra segna uno spartiacque delicato nei rapporti tra il Regno Unito e Pechino, perché arriva dopo anni di rinvii, esitazioni e resistenze e cade in una fase in cui la diffidenza verso la presenza cinese in Europa è tutt’altro che sopita. Il via libera dell’esecutivo guidato da Keir Starmer riguarda un complesso destinato a diventare la più grande rappresentanza diplomatica cinese del continente, collocata in un punto altamente simbolico e strategico, a ridosso della Torre di Londra e dell’ex sede della Royal Mint, nel cuore di un’area che intreccia finanza, infrastrutture sensibili e memoria storica.

Il progetto, che la Cina porta avanti dal 2018, prevede una struttura di dimensioni eccezionali, con centinaia di stanze e ampi spazi sotterranei, ed è proprio questa configurazione a concentrare le critiche più dure. Parlamentari, analisti e una parte consistente dell’opinione pubblica temono che un simile insediamento possa trasformarsi in una piattaforma avanzata di intelligence, capace di sfruttare la vicinanza alle dorsali di comunicazione che attraversano il sottosuolo londinese e collegano i principali snodi finanziari della City. In un Paese che negli ultimi anni ha assistito a ripetuti allarmi su interferenze straniere, la scelta di autorizzare una presenza diplomatica di tali proporzioni appare, agli occhi dei detrattori, come un azzardo difficilmente giustificabile.

A rendere il quadro ancora più sensibile è la presenza, nel Regno Unito, di una numerosa comunità di dissidenti cinesi, attivisti per i diritti civili e oppositori fuggiti da Hong Kong dopo la stretta imposta da Pechino. Diverse organizzazioni per la tutela delle libertà civili sostengono che la nuova ambasciata potrebbe facilitare attività di sorveglianza e pressione indiretta su queste comunità, accentuando un clima di intimidazione che Londra ha finora cercato di contrastare, almeno sul piano politico e simbolico. È un timore che si inserisce in un contesto più ampio, segnato dalle accuse rivolte al governo cinese di esercitare un controllo extraterritoriale sui propri cittadini e su chi ne contesta le politiche.

Nonostante tutto questo, l’esecutivo laburista ha scelto di andare avanti, forte delle valutazioni fornite dagli apparati di sicurezza. Secondo quanto trapelato, né la polizia né i servizi competenti avrebbero individuato rischi diretti e immediati per le infrastrutture critiche o per la sicurezza nazionale. Anche il vertice dell’MI5 ha fatto sapere che non esistono obiezioni formali all’interno dell’apparato, una posizione che ha alimentato ulteriormente le polemiche, perché per molti critici equivale a sottovalutare una minaccia di lungo periodo in nome di un equilibrio diplomatico fragile.

Sul piano politico, la decisione viene letta come un tentativo di ricalibrare i rapporti con Pechino senza arrivare a una rottura frontale. In un contesto economico complicato, Londra sembra voler mantenere aperti i canali con la Cina, anche a costo di esporsi a contestazioni interne. Pechino, dal canto suo, vede nella nuova ambasciata un segnale di legittimazione e di continuità, utile anche sul piano simbolico per rafforzare la propria presenza in Europa sotto la guida di Xi Jinping.

Resta però una sensazione diffusa di forzatura, come se la scelta fosse stata presa più per stanchezza che per convinzione, dopo anni di stallo. La “mega ambasciata” rischia così di diventare non solo un edificio fuori scala, ma anche un elemento di frizione permanente, capace di riaprire ciclicamente il dibattito sulla sicurezza, sulla sovranità e sul prezzo che il Regno Unito è disposto a pagare pur di restare agganciato a una potenza globale sempre più assertiva.