Difficile credere che la notizia fosse vera, tanto da aver bisogno di doppia, tripla rilettura per assicurarsi di non aver capito male, come a volte succede quando la realtà supera talmente i limiti del sensato da sembrare una caricatura irreale. E invece era tutto vero. Il Giornale di ieri racconta una vicenda apparentemente marginale, ma in realtà esplosiva, perché illumina la deriva profonda che stiamo vivendo.
Partiamo dal dove: la biblioteca comunale di Lambrate (Milano), è all’interno del sistema bibliotecario pubblico e aderente all’AIB, l’Associazione Italiana Biblioteche, organizzazione professionale che rappresenta bibliotecari, documentalisti e operatori dell’informazione in Italia. Il personale della biblioteca ha deciso di proporre ai ragazzi e agli studenti una lista di “scelti per voi”: libri, film e fumetti consigliati sotto la voce “Israele–Palestina”. Fin qui nulla di strano. Spigolando tra i testi suggeriti si scopre che uno ne viene elogiato per “lo sguardo lucido e appassionato” e la “straordinaria intensità narrativa”. Parole che evocano grandi romanzi sulla condizione umana, opere capaci di attraversare il male senza giustificarlo, di raccontarlo senza assolverlo. L’autore, in questo caso, è uno ‘scrittore’ che risponde al nome di Yahya Sinwar.
Non stiamo parlando di un intellettuale controverso e nemmeno di un militante che riflette a posteriori sul fanatismo ma di uno dei fondatori del gruppo terroristico Hamas, capo militare e ideatore del pogrom del 7 ottobre. L’uomo che per anni è stato chiamato dai suoi stessi sodali “il macellaio di Khan Younis” per le torture, le esecuzioni sommarie, l’uso sistematico del terrore contro i palestinesi stessi prima ancora che contro Israele. L’uomo che ha costruito il proprio potere sul sangue, sulla paura e sull’annientamento dell’altro.
Il libro consigliato, uscito nel 2024, si intitola Le spine e il garofano ed è presentato come una “saga familiare a sfondo autobiografico”. Ed è qui che si supera ogni limite perché non siamo più nel campo della contestualizzazione storica o dell’analisi critica del male. Qui siamo nella normalizzazione culturale del carnefice e davanti a un’operazione che trasforma uno sgozzatore in autore “imperdibile”, un terrorista in narratore “di straordinaria intensità”.
Suggerire di leggere Sinwar è come consigliare, nella sezione sulla Shoah, i diari di Heinrich Himmler per comprendere “le complessità del Novecento”. È come proporre le memorie di Pol Pot come romanzo di formazione. È come invitare i ragazzi a scoprire la “sensibilità” di Mengele perché, dopotutto, anche lui aveva una visione del mondo. Siamo insomma di fronte a un vero e proprio rovesciamento morale prima ancora che culturale.
Qui non c’è alcuna critica, alcuna distanza, alcuna cornice etica ma solo la resa, la sottomissione intellettuale a un’ideologia che pretende di trasformare il terrorismo in narrazione, la violenza in punto di vista, il massacro in letteratura. È, purtroppo, un altro punto di non ritorno del masochismo occidentale, soprattutto europeo: quando, per paura di essere accusati di parzialità, si finisce per assolvere l’orrore, purché sia “dall’altra parte”.
Il problema non è studiare Hamas. Il problema è consigliarlo. Non è analizzare Sinwar come criminale ma celebrarlo come autore. E allora sì, viene spontaneo chiedersi chi sia il genio che ha pensato di inserire l’opera di Yahya Sinwar tra le letture consigliate di una biblioteca pubblica milanese. Non si tratta di una svista, ma di una vera e propria scelta.
Un terrorista in biblioteca. A Lambrate si consiglia ai ragazzi il libro di Sinwar
Un terrorista in biblioteca. A Lambrate si consiglia ai ragazzi il libro di Sinwar

