Qualcosa si muove sul fronte settimanale di Israele che continua a vivere tra il rumore intermittente delle armi e un cambiamento politico che, almeno sulla carta, potrebbe aprire scenari inediti per il Libano. A Beirut si è infatti insediato per la prima volta dopo molti anni un governo nel quale Hezbollah non possiede rappresentanti diretti e che, soprattutto, non appare più legato all’orbita iraniana con la stessa dipendenza che ha caratterizzato la politica libanese dell’ultimo ventennio. Il presidente Joseph Aoun e il primo ministro Nawaf Salam appartengono a quella generazione di dirigenti che cercano di riportare il Paese dentro un quadro istituzionale più stabile, consapevoli che la sopravvivenza economica del Libano passa attraverso un lento ma inevitabile ridimensionamento del potere delle milizie.
E’ inutile nascondersi però che il contesto resta a dir poco fragile. Il Libano è attraversato da una tensione interna che ha radici profonde e che si esprime nella contrapposizione tra chi difende il vecchio sistema di equilibri costruito intorno all’asse Teheran-Hezbollah e chi invece considera quel modello una delle cause principali del collasso dello Stato. La crisi economica che dal 2019 ha distrutto il sistema bancario e impoverito la popolazione ha accelerato questa frattura, trasformando il confronto politico in una vera battaglia sul futuro del Paese.
Dentro questo scenario Hezbollah ha reagito secondo una logica prevedibile. La leadership dell’organizzazione, guidata oggi da Naim Qassem dopo l’era di Hassan Nasrallah, ha bisogno di dimostrare ai propri sostenitori e ai partner iraniani di conservare capacità operative e influenza politica. Da qui la scelta di mantenere attivo il fronte contro Israele attraverso una campagna calibrata, pensata per mostrare presenza militare senza trascinare il Libano in una guerra totale che la società libanese difficilmente accetterebbe.
Le aspettative diffuse negli ultimi mesi, secondo cui il nuovo governo di Beirut avrebbe potuto limitare rapidamente l’azione della milizia sciita, si sono rivelate eccessivamente ottimistiche. Hezbollah continua a ricostruire le proprie infrastrutture nel sud del Paese e la debolezza dello Stato libanese impedisce alle istituzioni di esercitare un controllo effettivo sul territorio. Da qui deriva una questione centrale per Israele, quella della responsabilità statale del Libano per ciò che avviene lungo il confine.
Dal punto di vista del diritto internazionale il principio è chiaro, perché uno Stato risponde delle attività ostili che partono dal proprio territorio. Tuttavia la realtà libanese è più complessa e rende ogni decisione strategica un equilibrio delicato tra esigenze militari e calcolo politico. Un uso massiccio della forza contro infrastrutture civili potrebbe essere giustificato se utilizzate da Hezbollah a fini militari, ma rischierebbe al tempo stesso di indebolire proprio quel governo libanese che tenta di sottrarsi all’influenza iraniana.
Per questo motivo nel dibattito israeliano si fa strada l’idea di una strategia più articolata rispetto al passato. La pressione militare resta uno strumento inevitabile, soprattutto se Hezbollah continuerà a minacciare le comunità della Galilea con razzi e droni, tuttavia accanto alla dimensione militare emerge la necessità di una iniziativa politica capace di sfruttare il cambiamento in atto a Beirut.
Il governo Salam ha già lasciato intendere di essere disponibile a forme di dialogo indiretto sotto l’egida internazionale, consapevole che senza un nuovo equilibrio di sicurezza lungo il confine meridionale il Libano non potrà avviare alcuna ricostruzione economica credibile. Per Israele si tratta di una finestra stretta ma significativa, nella quale la forza militare potrebbe diventare uno strumento per rafforzare i settori libanesi interessati a ridurre il peso di Hezbollah.
L’obiettivo finale resterebbe quello delineato anni fa dalla risoluzione 1701 del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, che prevedeva il disarmo delle milizie nel sud del Libano e il pieno controllo dell’area da parte dell’esercito libanese. Trasformare quella formula rimasta sulla carta in un meccanismo reale richiederebbe una cooperazione internazionale ampia e una volontà politica che fino a oggi è mancata.
La guerra e la diplomazia, in Medio Oriente, raramente procedono su binari separati. Il momento che si apre lungo il confine israelo-libanese mostra quanto le due dimensioni possano intrecciarsi, perché la pressione sul campo potrebbe diventare la leva per ridisegnare gli equilibri politici a Beirut. Se questa occasione verrà colta o se finirà travolta dall’ennesima escalation dipenderà dalla capacità dei protagonisti di riconoscere che la stabilità del Libano e la sicurezza di Israele sono ormai parte della stessa equazione strategica.
Un pugno per Hezbollah, una mano per il Libano