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Un Kibbutz ai Castelli Romani

Piccole storie da raccontare in un momento di dilagante antisemitismo

Maurizio Zanini

Tempo di Lettura: 8 min
Un Kibbutz ai Castelli Romani

Recentemente alcuni amici mi hanno spinto a raccontare una breve storia che riguarda sia la mia famiglia sia un gruppo di persone ben particolare, come si leggerà di seguito. Premetto che si tratta di un piccolo episodio, ma che si inquadra in una tematica drammatica di ben altra dimensione.

Bisogna sapere che mio nonno di parte materna, intellettuale e fine giurista, che dopo la guerra aveva avuto incarichi di rilievo essendo stato Presidente di Sezione del Consiglio di Stato (ed era sul punto di essere nominato Presidente dello stesso Alto Consesso se un ictus non lo avesse prematuramente portato via), era anche un grande amante, direi appassionato, di cose latine e romane e, come tale, vagheggiava di poter acquistare una proprietà di campagna che si accostasse in qualche maniera al mondo classico che tanto sognava.

Con questo sentimento fece delle ricerche attorno a Roma e si concentrò sui Colli Albani, zona allora quasi disabitata ma molto bella, panoramica e dal clima assai clemente per via della natura vulcanica. Poco a poco la sua attenzione si accentrò su Grottaferrata e in particolare sulla località di Squarciarelli, dove allora vi erano solo campi, vigne, alberi di noci e qualche ulivo, ma da cui si vedeva molto bene la collina del Tuscolo.

Come si sa, sul Tuscolo duemila anni fa vi era un importante insediamento romano e, secondo la tradizione — e secondo gli stessi scritti del grande oratore — vi era la villa di Cicerone. Per mio nonno, appassionato di latinità, l’idea di poter comprare un terreno su cui costruire una casa dal cui tetto avrebbe potuto vedere chiaramente il Tuscolo e quindi immaginare con la fantasia il luogo della dimora di uno dei suoi autori preferiti era il colmo della soddisfazione e del godimento culturale.

Comprò dunque rapidamente un appezzamento di circa tre ettari, non molto grande ma nel punto più panoramico della zona, e fece costruire questa villa, accanto alla quale fece edificare una casa colonica. Detto per inciso, la casa è rimasta nella mia famiglia sino ad epoca abbastanza recente; è stata denominata “Casa Rossa” dal colore pompeiano che si usava nei primi anni del ’900, ma è purtroppo stata venduta e oggi si trova in stato di abbandono.

La villa svetta ancora sul circondario; ha ancora la sua alta torre da cui si vede il Tuscolo e, nelle giornate di bel tempo, anche il mare.
Mio nonno ingaggiò poi una coppia di contadini del posto che sarebbero stati nostri fedeli collaboratori per oltre ottant’anni. Il contadino, all’inizio mezzadro, lavorava la vigna attorno alla proprietà e la moglie portava avanti i vari doveri domestici. Queste belle persone, oneste e dal gran cuore, si affezionarono molto ai miei e non esito a dire che si creò una vera e propria amicizia con i nonni e con l’intera famiglia. Il figlio è anch’egli rimasto con noi e al riguardo vi è un piccolo particolare che coincide con questa storia.

La villa fungeva dunque da residenza estiva — i miei vivevano a Roma — dove si andava da giugno a settembre a passare le vacanze e si restava sino alla grande fiera d’autunno di Grottaferrata, che segnava il momento di rientrare in città.
Tutto questo preambolo per dare il contesto della storia che ora racconto.

Allo scoppiare della seconda guerra mondiale la casa all’inizio non ebbe alcun danno né vicende particolari, ma dopo l’8 settembre del ’43 le cose cambiarono. I soldati tedeschi, che erano acquartierati nella zona e che da alleati erano sorridenti e amichevoli, all’improvviso mostrarono la faccia più feroce e determinata.

Il comando tedesco — ricordo che a Frascati la Wehrmacht aveva un grosso contingente di mezzi e di uomini — decise in maniera brusca e inappellabile di confiscare la villa e di farne uno dei capisaldi della zona di Grottaferrata. Ricordo anche, per inciso, che gli Alleati sapevano molto bene che vi erano colà grossi contingenti di truppe germaniche, il che provocò forti bombardamenti.
Alcuni di questi avvennero anche sulle terre attorno alla villa, costringendo i nostri contadini a ripararsi in maniera ingegnosa: allontanavano dalla casa grosse botti di vino, all’interno delle quali si rannicchiavano, contando sul fatto che in caso di bombe le botti sarebbero rotolate, salvando quindi da urti e schegge coloro che vi avevano trovato rifugio.

Nel frattempo la casa rimaneva confiscata e trasformata con molta prepotenza in un comando tedesco. I nonni nulla poterono al riguardo e smisero di recarvisi; l’unica persona che aveva l’audacia, di tanto in tanto, di spostarsi da Roma per andare a controllare che non vi fossero troppi danni era il fratello di mia madre, che una volta al mese con il tram si dirigeva a Grottaferrata. La cosa non era senza pericoli. Una volta infatti la sentinella di guardia, all’avvicinarsi al cancello, assunse un tono molto minaccioso, alzò il fucile e mise il dito sul grilletto e per poco non sparò. La situazione si chiarì con l’arrivo di un ufficiale, ma ciò dà il senso della drammaticità di quei momenti.
Giungiamo quindi alla storia che volevo raccontare.

Se Dio vuole, la guerra finì e i miei ripresero possesso della villa, constatando per fortuna che non vi erano grandi danni, e la vita riprese regolarmente.
Agli inizi del ’46 — non so bene come — si seppe che l’Agenzia ebraica cercava disperatamente luoghi dove poter alloggiare grossi gruppi di ebrei che venivano dalla Polonia, molto probabilmente sopravvissuti ai campi di concentramento nazisti, e che cercavano dove poter passare un certo periodo di tempo in attesa di scendere verso l’Italia del Sud e da qui imbarcarsi su bastimenti per tentare di entrare in Terra Santa.
La cosa, per inciso, non doveva essere facile a causa della politica britannica — che allora gestiva la Palestina — di opporsi all’ingresso di ebrei che andassero a insediarsi colà.

Quando mio nonno venne a conoscenza della disperata situazione di queste persone, decise che bisognava fare di tutto per aiutarle e si dichiarò pronto a mettere a disposizione la villa per chiunque di loro ne avesse bisogno. Questa offerta fu naturalmente accettata con gratitudine e cominciarono ad arrivare prima singole persone, poi gruppi sempre maggiori di uomini, donne, bambini e famiglie di sopravvissuti, ai quali non sembrava vero di potersi installare in una villa dotata di ogni comodità: letti, mobili, armadi, cucina, posate, piatti e così via.
Poco a poco si sparse la voce e, per farla breve, per circa tre anni — ’46, ’47 e parte del ’48 — centinaia di profughi ebrei si alternarono a Casa Rossa trasformandola in un vero e proprio kibbutz.

Vi si parlava yiddish, vi si celebravano matrimoni e bar mitzvà, si festeggiavano ricorrenze laiche e religiose ebraiche, si mangiava la cucina degli shtetl polacchi, si improvvisavano concertini di musica folklorica; i bambini scorrazzavano vociando nel giardino, fraternizzando con i loro coetanei locali e in particolare con Alberto, il figlio dei nostri mezzadri.
Le famiglie vivevano insieme nelle varie stanze a mo’ di camerata, in maniera un po’ fortunosa, il che però consentiva loro di sentirsi in un ambiente protetto e dotato di varie comodità, tra cui le stufe in ogni locale.

Particolare interessante, rispetto al comunitarismo del kibbutz, era la facoltà per ogni coppia appena sposata di passare la prima notte di matrimonio da soli e di godere, come unica ed eccezionale concessione, di un’apprezzata intimità (una sorta di “ius primaenoctis” di ben diverso significato). Poi, a partire dal giorno dopo, si ritornava nelle grandi camerate e si riprendeva la vita normale.
A fine ’47 — immagino con qualche rimpianto — poco a poco i profughi polacchi andarono via e nel ’48 gradualmente la casa si vuotò e i miei nonni poterono riprenderne il regolare possesso, con grande soddisfazione e orgoglio per aver contribuito ad aiutare un gruppo di povere persone con un destino orribile alle spalle.

Episodio divertente da citare è che il figlio del contadino, che a quel tempo era un ragazzino di otto-dieci anni, aveva talmente simpatizzato con i suoi coetanei ebraici che iniziò a essere chiamato nel circondario “il Polacchetto”, soprannome che ha portato sino alla sua morte, avvenuta qualche anno fa.

Questa è un po’ la vicenda della nostra villa di campagna e della mia famiglia. Non è gran cosa, ma oso credere che sia una storia da tramandare perché testimonia un afflato di simpatia, affetto e partecipazione nei confronti di persone totalmente sconosciute, di diversa nazionalità e religione, alle quali, dopo uno dei più orribili destini patiti dall’umanità, fu offerta un’ospitalità sincera e fraterna.

Un Kibbutz ai Castelli Romani