La decisione di vietare l’ingresso allo stadio ai tifosi del Maccabi Tel Aviv per una partita di calcio a Birmingham avrebbe dovuto essere, nelle intenzioni della polizia locale, una misura preventiva di ordine pubblico, ma si è rivelata invece un concentrato di errori, forzature e leggerezze che ha finito per travolgere l’intera catena di comando. La vicenda si è conclusa con le dimissioni immediate di Craig Guildford, capo della West Midlands Police, e con una ferita profonda alla credibilità di una delle principali forze di polizia britanniche.
Il provvedimento riguardava la trasferta dei tifosi del Maccabi Tel Aviv per l’incontro contro l’Aston Villa, previsto a Birmingham, seconda città dell’Inghilterra. Fin dall’inizio, il divieto ha suscitato reazioni durissime, non soltanto da parte del governo israeliano ma anche da ambienti istituzionali britannici, che hanno chiesto chiarimenti su una scelta apparsa sproporzionata e mal motivata. La polizia, tuttavia, ha difeso la propria decisione, sostenendo di agire sulla base di informazioni di intelligence provenienti dai Paesi Bassi, secondo cui i tifosi israeliani avrebbero rappresentato un rischio elevato per la sicurezza dei sostenitori filo-palestinesi.
È qui che la costruzione ha iniziato a cedere. Le indagini successive hanno rivelato che quelle informazioni erano in larga parte inesistenti o distorte. La West Midlands Police ha parlato di scontri violenti in Olanda, di un massiccio dispiegamento di agenti e persino di un episodio, rivelatosi falso, in cui un tifoso israeliano avrebbe gettato un musulmano in un canale. Le autorità olandesi hanno smentito punto per punto, chiarendo che il numero degli agenti impiegati era molto più basso e che l’episodio del canale, oltre a non essere stato provocato da un israeliano, era stato strumentalizzato in modo grossolano.
Ancora più grave è emerso il metodo con cui il divieto è stato gestito. Secondo l’inchiesta, la polizia avrebbe prima imposto il bando e solo in un secondo momento avrebbe cercato di costruirne una giustificazione, arrivando a utilizzare un chatbot di intelligenza artificiale per individuare precedenti utili e citando persino una partita mai disputata tra Maccabi Tel Aviv e West Ham. In parallelo, è mancato qualsiasi serio coordinamento con la comunità ebraica locale, esclusa da un processo decisionale che la riguardava direttamente e che avrebbe richiesto, quanto meno, ascolto e cautela.
Il rapporto dell’ispettorato ha parlato senza giri di parole di una sequenza di fallimenti che hanno compromesso la fiducia nell’operato della polizia. Una valutazione condivisa anche dal ministro dell’Interno, Shabana Mahmood, che ha dichiarato di non avere più fiducia nella capacità di Guildford di guidare il corpo. A quel punto, le dimissioni sono diventate inevitabili, nonostante il tentativo del capo della polizia di attribuire la propria uscita di scena a una pressione politica e mediatica diventata, a suo dire, dannosa per il lavoro quotidiano degli agenti.
Resta un caso che va oltre il calcio e oltre una singola carriera. Il divieto ai tifosi del Maccabi Tel Aviv mostra come, in un clima segnato da tensioni identitarie e conflitti importati, decisioni affrettate e prese di posizione mal fondate possano trasformarsi rapidamente in atti discriminatori, aggravati dall’uso disinvolto di strumenti tecnologici e da una preoccupante leggerezza nella gestione dei fatti. Il prezzo, questa volta, lo ha pagato il vertice della polizia, ma il danno alla fiducia pubblica è una questione che il Regno Unito dovrà affrontare ben oltre questa singola vicenda.
UK. Un divieto inventato, polizia sotto accusa
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