La Gran Bretagna ha sospeso o respinto oltre 80 licenze per l’esportazione verso Israele di materiali che potrebbero essere utilizzati dalle forze armate israeliane, quasi il triplo rispetto ai provvedimenti adottati nel settembre 2024. E il giro di vite è destinato ad allargarsi, perché Londra ha introdotto un ulteriore criterio che consentirà di bloccare le esportazioni considerate in grado di contribuire materialmente alla presenza israeliana nei territori palestinesi.
La conferma arriva direttamente dal governo britannico. Rispondendo in Parlamento a un’interrogazione presentata dalla deputata dello Scottish National Party Lara Bird, il ministro per il Medio Oriente Stephen Doughty ha dichiarato che più di 80 licenze sono state finora sospese o respinte. Il governo ha inoltre stabilito che le nuove richieste dovranno essere rifiutate qualora le esportazioni possano contribuire materialmente a quella che Londra definisce l’«occupazione» dei territori palestinesi. Il nuovo criterio si aggiunge alle restrizioni già esistenti sulle forniture utilizzabili nelle operazioni militari a Gaza.
Il punto di partenza risale al settembre 2024, quando il governo laburista guidato da Keir Starmer sospese inizialmente 29 licenze sulle circa 350 allora esistenti. La decisione riguardava componenti per aerei da combattimento, elicotteri e droni, sistemi navali e apparecchiature per l’acquisizione dei bersagli. Nei mesi successivi altre licenze sono state sospese, modificate o respinte, fino a portare il totale oltre quota 80.
Resta in gran parte escluso dalle restrizioni il programma internazionale degli F-35. Il governo britannico sostiene che interrompere il flusso di componenti destinati alla catena produttiva globale dei caccia avrebbe conseguenze sulla sicurezza del Regno Unito e dei suoi alleati. L’eccezione non riguarda tuttavia le parti inviate direttamente in Israele per essere utilizzate sui suoi velivoli, che possono rientrare nelle sospensioni.
La scelta assume adesso una dimensione politica più ampia. Il governo guidato da Andy Burnham ha infatti dichiarato illegale la presenza israeliana nei territori palestinesi e ha annunciato che le richieste di esportazione saranno esaminate anche alla luce di questo principio. La nuova linea si aggiunge alle misure contro gli insediamenti in Cisgiordania e alla decisione di impedire alle imprese britanniche di contribuire alla loro costruzione.
Il cambio di passo è stato ribadito alla conferenza laburista di Liverpool dal ministro degli Esteri Ed Miliband, che ha rivendicato una politica più severa verso il governo Netanyahu. Nel suo intervento Miliband ha accusato Israele per la condotta della guerra a Gaza e per la politica degli insediamenti in Cisgiordania, annunciando ulteriori provvedimenti economici. Le sue parole sono state accolte da lunghi applausi della platea laburista.
La questione delle forniture militari resta però più complessa di quanto suggerisca il numero delle licenze. I dati ufficiali pubblicati nell’aprile scorso mostravano che al 28 febbraio 2026 erano ancora in vigore 395 licenze non sospese con Israele indicato come destinazione, 192 delle quali riguardavano beni non militari. Fra quelle militari figuravano soprattutto componenti collegati al programma F-35, materiale per l’addestramento e forniture destinate ai sottomarini.
Anche la formula degli «oltre 80» richiede quindi cautela. Il governo britannico comprende nel totale sia licenze sospese sia domande respinte e ha precisato che, dopo l’introduzione delle nuove regole dell’8 settembre, non sono state effettuate ulteriori sospensioni. Molte delle forniture che avrebbero potuto ricadere nei nuovi criteri erano già state bloccate a causa della guerra di Gaza.
Il segnale politico resta comunque evidente. In due anni Londra è passata dalla sospensione selettiva di alcune forniture militari a un sistema nel quale anche la politica israeliana in Cisgiordania entra direttamente nei criteri utilizzati per autorizzare le esportazioni. È un altro tassello del deterioramento dei rapporti fra il governo britannico e quello israeliano, proprio mentre Londra dichiara di voler rendere strutturali, e non temporanee, le nuove restrizioni.