Un’immagine antica, tossica, riconoscibile al primo sguardo, riemerge in una galleria d’arte contemporanea e viene liquidata come legittima critica politica. Accade a Margate, nel Kent, dove una mostra intitolata Paintings Against Genocide ha scatenato una polemica che travalica il mondo dell’arte e investe direttamente il modo in cui oggi si definisce – o si evita di definire – l’antisemitismo in Europa.
Al centro della controversia ci sono alcuni dipinti che diversi visitatori e rappresentanti della comunità ebraica hanno interpretato senza esitazioni come una riproposizione di uno dei più antichi stereotipi antiebraici, quello degli ebrei “mangiatori di bambini”. Un’immagine che attraversa secoli di persecuzioni e pogrom e che qui ritorna in forma esplicita, con figure dai denti aguzzi e sangue che cola, affisse simbolicamente davanti alla sede londinese di Sotheby’s. L’autore, il critico d’arte Matthew Collings, respinge le accuse e sostiene che il suo lavoro intende denunciare le azioni di Israele a Gaza, insistendo sul fatto che nulla nei dipinti menzioni gli ebrei come gruppo.
È proprio su questa linea che si è attestata anche la polizia del Kent, chiamata a valutare una denuncia formale. Nella risposta scritta, gli agenti affermano che le opere non superano la soglia prevista per configurare un crimine d’odio, perché rivolte contro lo Stato di Israele e non contro gli ebrei in quanto tali, e perché manca l’intenzione esplicita di incitare all’odio razziale o religioso. Una distinzione giuridica che però, fuori dai codici, fatica a reggere di fronte a immagini che richiamano in modo diretto un immaginario antisemita storicamente documentato.
La reazione politica non si è fatta attendere. Chris Philp, ministro dell’Interno ombra per i conservatori, ha chiesto una revisione della decisione parlando apertamente di immagini “orribili e pericolose”, mentre Labour Against Antisemitism ha denunciato una grave incomprensione del fenomeno da parte delle forze dell’ordine. Alex Hearn, esponente dell’organizzazione, ha sottolineato come rappresentazioni di questo tipo non possano essere derubricate a critica politica, perché riproducono codici visivi che da sempre alimentano l’odio antiebraico.
A rendere il quadro ancora più inquietante è il contesto. Poche ore prima della presa di posizione della polizia, quattro ambulanze di un’organizzazione ebraica sono state incendiate vicino a una sinagoga nel nord di Londra, in un episodio che ha immediatamente riacceso l’allarme sicurezza. Non si tratta di un caso isolato, ma di una sequenza di eventi che diversi osservatori leggono come parte di una stessa dinamica, in cui il confine tra attivismo politico e ostilità verso gli ebrei diventa sempre più labile.
Anche il mondo accademico è intervenuto nel dibattito. Lo storico Simon Schama, intervenendo all’Oxford Literary Festival, ha parlato di una carenza evidente nella formazione delle forze di polizia sul tema dell’antisemitismo contemporaneo, ricordando che la critica a Israele è legittima ma diventa problematica quando utilizza simboli e stereotipi che colpiscono una comunità nel suo insieme. Schama ha definito l’episodio di Margate un esempio lampante di questa deriva, arrivando a parlare di una normalizzazione pericolosa.
Nel frattempo, il consiglio locale di Thanet, inizialmente coinvolto nella promozione dell’evento, ha fatto marcia indietro rimuovendo ogni riferimento alla mostra e scusandosi pubblicamente. Una retromarcia che segnala quanto il terreno sia scivoloso e quanto il caso abbia colpito un nervo scoperto della società britannica.
Il punto, a ben vedere, non riguarda soltanto una mostra o una decisione di polizia. Riguarda la difficoltà crescente nel riconoscere quando un linguaggio visivo e simbolico smette di essere critica politica e torna a essere quello che storicamente è stato, cioè uno strumento di delegittimazione e disumanizzazione. In quella zona grigia si gioca oggi una partita decisiva, perché è lì che si misura la capacità delle democrazie europee di difendere la libertà di espressione senza diventare cieche di fronte ai segnali dell’odio.
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