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Ucraina e Israele, battersi in solitudine per esistere

Due guerre diverse, una stessa solitudine: quando la difesa dell’esistenza diventa un affare che l’Occidente preferisce delegare o dimenticare

Vincenzo Petrone

Tempo di Lettura: 7 min
Ucraina e Israele, battersi in solitudine per esistere

Le omelie del nostro mondo, quello occidentale, che si sono lette e udite il 24 febbraio, quarto anniversario dell’aggressione contro l’Ucraina da parte della Federazione Russa, hanno un fondo di ipocrisia evidente. E consiste nel fatto che in Europa come negli Stati Uniti il mondo politico e le opinioni pubbliche manifestano anche apertamente stanchezza per l’appoggio che abbiamo dovuto dare all’Ucraina dopo l’aggressione, con grave ritardo rispetto a quando, quasi 17 anni prima, nel 2007, la Russia ha apertamente e pubblicamente affermato per bocca del suo presidente Vladimir Putin che mai la Federazione avrebbe potuto riconoscere l’identità etnica e statuale dell’Ucraina perché la considerava parte della propria storia e perché aveva nei suoi confini una importante presenza di uomini e donne che parlavano russo e volevano essere parte della Russia.

In Occidente abbiamo fatto finta di non vedere e non capire le intenzioni di Putin neanche sette anni dopo, quando ha mandato in Crimea prima gli “omini verdi” delle truppe paramilitari di Wagner e poi l’Armata. Nonostante le dichiarazioni pubbliche di condanna per quella macroscopica violazione di ogni norma di diritto internazionale, nessuno dei nostri governi, per esempio in Europa, ha reagito. Al contrario, abbiamo continuato ad acquistare gas russo. La Germania ha persino completato il secondo gasdotto verso la Russia, prevedendo di aumentare ancora la propria dipendenza dalle forniture russe.

Più di otto anni dopo, neanche la concentrazione al confine ucraino di 120.000 uomini, migliaia di blindati e centinaia di carri armati è stata sufficiente a convincerci che Putin voleva veramente controllare l’Ucraina e farne un proprio obbediente suddito dopo aver rovesciato con le armi il legittimo governo da lui definito “neonazista”. Per ironia della storia, il capo di quel governo era ed è tuttora un ebreo, Volodymyr Zelensky, nato e cresciuto in una famiglia ebraica che tipicamente, secondo il costume della dittatura sovietica, aveva dovuto rinunciare a praticare apertamente i riti della propria religione.

Nei giorni che precedettero l’invasione, a Zelensky, un ex attore, americani ed europei offrirono subito ospitalità, essendo dato per scontato, a Washington come anche in Italia a livello di intelligence, di Stati Maggiori e di cancellerie diplomatiche, che l’Armata di Putin avrebbe marciato indisturbata sulla capitale Kiev. Il nostro addetto militare a Mosca, secondo quanto dichiarato dall’allora ambasciatore italiano, affermò che i militari russi avrebbero penetrato le difese ucraine “come un coltello caldo nel burro”.Il resto è in parte storia ed è in parte, tuttora e dolorosamente, cronaca.

Con autentico coraggio da leoni gli ucraini non soltanto si sono difesi ma hanno resistito bene in un contesto di assoluta inferiorità di uomini, mezzi e disponibilità. Purtroppo anche in un clima di diffusa indifferenza o addirittura aperta ostilità e pregiudizio filo russo di importanti settori della classe politica europea.

In parte per una malintesa concezione di “pace” da realizzare ad ogni costo, anche a quello dell’identità nazionale e della libertà e dell’autodeterminazione, in parte per l’efficacia lobbistica dei Servizi di Informazione russi, degni eredi, senza soluzione di continuità, delle agenzie di sicurezza e di spionaggio dell’Unione Sovietica.

Il combinato disposto che si è creato nella maggioranza delle nostre opinioni pubbliche è un mix di paura per le minacce nucleari di Putin, di voglia di fare affari nel ricco mercato russo, di un pacifismo a tutti i costi che non vuole armare l’Ucraina perché continuerebbe la guerra e questo non va bene, anche se dovessimo concedere a un dittatore quel che voleva invadendo un Paese europeo. Influiscono poi anche i lauti finanziamenti, dimostrati da fatti e indagini, di parecchi Paesi, soprattutto europei, a beneficio di forze politiche importanti.

Che poi gli ucraini stiano combattendo per la propria esistenza come Nazione, per avvicinarsi all’Europa democratica e alla Comunità atlantica, questo interessa poche persone e la loro voce si percepisce appena nel coro di gran lunga maggioritario degli slogan “abbasso la guerra e stop alle forniture di armi agli ucraini”.

Pochi riconoscono che la guerra di Putin è cominciata in Ucraina ma con ogni probabilità non finirà in Ucraina se costui potrà sostenere di averla vinta.Per nostra fortuna sono molti i governi, incluso il nostro, che lo comprendono e continuano ad inviare armi agli ucraini perché possano difendersi e difenderci.

Anche nei negoziati di pace, l’Ucraina può contare quasi soltanto su se stessa, essendo solare la determinazione dell’amministrazione Trump di voler chiudere quella crisi per riprendere e incrementare la presenza delle imprese americane in Russia.Per molti versi la situazione di Israele non è diversa.

L’aggressione di Hamas del 7 ottobre e lo scempio che i miliziani hanno fatto di tutti gli ebrei, soprattutto delle donne ebree su cui hanno potuto mettere le mani, se non altro è servita a dimostrare l’indisponibilità di larga parte dell’opinione pubblica e dell’intellighenzia occidentale a riconoscere che Israele sta combattendo per la sua esistenza e questo dal momento della sua fondazione come Stato sovrano.

Le guerre che ha combattuto nel 1948, nel 1967 e nel 1973 sono state guerre di difesa della propria esistenza. Se le avesse perse le prospettive sarebbero state anche peggiori di quelle ucraine, in quanto gli ebrei di Israele non avrebbero dovuto accettare una sudditanza politica verso i Paesi con cui hanno combattuto. Israele sarebbe stata cancellata puramente e semplicemente dalla carta geografica e i milioni di ebrei che ne hanno fatto un Paese moderno e democratico sarebbero oggi rifugiati in America o in Europa.
Come nel caso dell’Ucraina, l’enorme asimmetria quantitativa delle condizioni in cui si sono svolti i conflitti con i Paesi musulmani è stata bilanciata da tecnologia, inventiva militare, intelligence raffinata e assoluta partecipazione di popolo.

Che la reazione israeliana alla feroce aggressione del 7 ottobre abbia provocato migliaia e migliaia di vittime civili è un fatto incontrovertibile. Nessuno ha però dimostrato che fosse possibile debellare Hamas e distruggere le centinaia di chilometri di tunnel fortificati provocando perdite meno drammatiche nella popolazione civile.

Come nessuno ha mai potuto negare che l’Iran, dall’insediamento dell’Ayatollah Khomeini ad oggi, ha armato e protetto i movimenti terroristici in Medio Oriente con l’obiettivo non di creare una homeland per i rifugiati palestinesi ma di eliminare “il cancro sionista dalla mappa del Medio Oriente”. Sempre Khomeini ha sostenuto che “la lotta contro Israele è un dovere di tutti i musulmani”.

L’ultimo, ma non il meno importante, elemento comune alla vicenda ucraina e a quella israeliana è il problema del “regime change” in Russia e in Iran.Sarebbe molto difficile sostenere che la fine della minaccia russa all’Ucraina oggi e domani all’Estonia, alla Moldavia e a pacifici Paesi europei come la Finlandia e la Polonia possa prescindere dal rovesciamento del governo di Putin. La visione della grande Russia, il concetto che la protezione degli slavi e dei russofoni ovunque sia una missione storica della Federazione: tutto questo Putin lo ha scritto e dichiarato.

Per quanto riguarda Israele, la teocrazia iraniana non potrà mai rinunciare all’antisemitismo e al proposito di distruggere Israele.Teheran può rallentare il proprio programma di armamento nucleare ma non accetterà mai di convivere pacificamente con Israele.Anche nel negoziato in corso tra USA e Iran, la tentazione americana di accontentarsi di concessioni cosmetiche è grande ed evidente ad occhio nudo.


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