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Turchia. I nomi in pasto alla piazza

Campagna contro le soldatesse dell’IDF con doppia cittadinanza diventa pressione pubblica e richiesta di arresto

Shira Navon

Tempo di Lettura: 3 min
Turchia. I nomi in pasto alla piazza

La pubblicazione di nomi, fotografie e dettagli personali di soldatesse dell’IDF con cittadinanza turca segna un salto di qualità in una campagna che in Turchia sta assumendo i tratti di una mobilitazione politica e giudiziaria. Dopo che l’esercito israeliano ha reso noto che migliaia di suoi militari possiedono una seconda cittadinanza e che 112 di loro hanno anche quella turca, attivisti islamisti hanno diffuso sui social le identità di alcune giovani donne che hanno prestato servizio nelle forze armate israeliane, accompagnando i post con accuse di “genocidio” e con l’invito alle autorità ad arrestarle.

In uno dei messaggi più condivisi si legge che “tra noi ci sono soldati travestiti da turisti” e che la Turchia non sarebbe “un luogo di riposo per assassini assetati di sangue”, un linguaggio che trasforma una questione giuridica complessa in una chiamata pubblica alla stigmatizzazione. I post sostengono che le soldatesse abbiano servito nell’“esercito omicida” dopo il 7 ottobre e chiedono alla Procura di Istanbul di intervenire in base alle norme del diritto penale turco sui crimini contro l’umanità. In un caso è stato domandato esplicitamente il divieto di lasciare il Paese per una militare che si troverebbe a Istanbul.

Questa escalation si inserisce in un contesto politico segnato da un deterioramento profondo delle relazioni tra Ankara e Gerusalemme dopo la guerra a Gaza. Il presidente Recep Tayyip Erdoğan ha adottato toni sempre più duri contro Israele, ha sospeso o limitato gli scambi commerciali e ha sostenuto apertamente iniziative internazionali contro il governo israeliano, mentre la piazza turca, alimentata da organizzazioni religiose e movimenti nazionalisti, ha moltiplicato manifestazioni e boicottaggi.

La diffusione dei dati personali delle soldatesse, oltre a sollevare interrogativi sulla loro sicurezza, pone un problema giuridico delicato. La doppia cittadinanza implica diritti e doveri nei confronti di due Stati, ma il servizio militare svolto in Israele non costituisce automaticamente un reato secondo il diritto turco. Le richieste di arresto si fondano sull’ipotesi che le operazioni dell’IDF a Gaza configurino crimini internazionali, un’accusa che in Turchia viene rilanciata con insistenza ma che, sul piano legale, richiederebbe accertamenti complessi e competenze che travalicano il livello di una campagna social.

Il rischio è che la pressione pubblica preceda e condizioni eventuali valutazioni giudiziarie, trasformando il dibattito in una caccia alle identità più che in una discussione sul diritto. Le autorità turche, pur non avendo annunciato arresti, non hanno preso le distanze dalla retorica degli attivisti, lasciando che l’iniziativa si sviluppi in un clima di legittimazione implicita.

Per Israele, la vicenda rappresenta un ulteriore elemento di tensione in un rapporto già compromesso. Le relazioni diplomatiche tra i due Paesi, che in passato avevano conosciuto fasi di cooperazione militare ed economica intensa, sono oggi ridotte al minimo, e la dimensione personale delle doppie cittadinanze diventa terreno di scontro politico.Al di là dei governi, restano le vite concrete delle persone coinvolte, giovani donne che si trovano improvvisamente esposte a una campagna pubblica in un Paese di cui possiedono il passaporto. Quando il conflitto si trasferisce dai campi di battaglia ai profili social e ai registri anagrafici, la linea che separa la critica politica dalla messa alla gogna si fa sottile. Ed è su quella linea che si misura la tenuta di uno Stato di diritto, soprattutto quando le emozioni collettive spingono in direzione opposta.

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