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Trump vs Teheran

Il negoziato o l’attacco militare? I giorni decisivi e l’attesa del mondo

Emanuele Ottolenghi

Tempo di Lettura: 4 min
Trump vs Teheran

Venerdì in Turchia, il ministro degli esteri iraniano Abbas Araghchi incontrerà il mediatore americano Steve Witkoff in un tentativo estremo di evitare quello che poche settimane fa appariva invece un inevitabile conflitto. Le diplomazie di Ankara, Cairo e Doha si sono adoperate alacremente per impedire un nuovo conflitto, aiutate da altri paesi arabi e islamici, tutti alleati di Washington, che per varie ragioni temono una escalation militare.

Le capitali regionali sono preoccupate da varie possibilità: quella immediata è che in caso di conflitto Teheran cerchi di trascinarle in guerra colpendo le loro infrastrutture e le basi americane sui loro territori; quella meno immediata ma per loro non meno preoccupante è che possa cadere il regime a Teheran, aprendo le porte a grandi incertezze. Tra esse ci sono sia la possibilità del caos, sia di una dittatura militare ancor più aggressiva, sia l’emergere di un regime filoccidentale, che diminuirebbe in futuro, facendo loro concorrenza, l’influenza dei paesi arabi del Golfo su Washington. Da qui nasce la volontà di persuadere Washington a lasciare in piedi il regime, togliendoli con le buone gli strumenti più destabilizzanti – i missili balistici, quel che rimane del programma nucleare, le milizie gregarie in Iraq, Libano, e Yemen.

Trump ha messo le mani avanti però, rendendo difficile una retromarcia. Il 2 gennaio, cinque giorni dopo l’inizio di proteste di massa in Iran, il presidente ha minacciato il regime, affermando sui social che gli Stati Uniti erano “locked and loaded” – cioè armati e pronti a sparare. Il 14 gennaio, quando le dimensioni del massacro di civili inermi perpetrato dal regime iraniano si erano già palesate, Trump ha rincarato la dose, rivolgendosi alla popolazione iraniana e incoraggiandola a continuare le proteste, dicendo che “help is on the way!” – sta arrivando la cavalleria, insomma. Negoziare un accordo su nucleare, missili, e milizie in cambio della salvezza al regime vorrebbe dire tradire la popolazione iraniana che si è fatta massacrare sperando che l’aiuto promesso da Trump arrivasse.

Il problema di Trump, fino a fine gennaio, quando un gruppo navale è finalmente tornato nel Golfo Persico, era che gli Stati Uniti non avevano abbastanza risorse militari nel teatro mediorientale per colpire il regime in maniera decisiva e proteggere le proprie forze e i paesi alleati in caso di rappresaglia iraniana. Teheran avrebbe certamente cercato di trascinare Israele nel conflitto e di colpire i paesi arabi del Golfo per intimidirli, potenzialmente scatenando un conflitto regionale. Gli Stati Uniti non avevano abbastanza risorse per impedirlo. Oggi le cose stanno diversamente. Tutto è pronto per colpire Teheran, e il rischio di un rigurgito nazionalista nel paese, visto com’è andata a giugno del 2025, è da escludersi. Perché allora il negoziato?

Il regime iraniano da mesi si rifiuta di ridare accesso ai suoi siti nucleari agli ispettori dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica; il suo sostegno alle milizie gregarie – Houthis, Hezbollah, Katai’b Hezbollah, Hamas, e altri – rimane una spina nel fianco della regione; e il suo arsenale missilistico continua a minacciare tutti. In passato, i negoziatori iraniani hanno sempre sfruttato la diplomazia per guadagnare tempo e annacquare le posizioni dei loro avversari. Le concessioni sono avvenute solo quando il regime aveva le spalle al muro.

Trump, dunque, lì li ha messi, con un dispiegamento di forze imponente che lascia poco spazio al dubbio. Rimane da capire quali sono le vere intenzioni del presidente americano. Dare un’ultima chance a Teheran? Trovare una rampa per la de-escalation di un conflitto che il presidente non è più sicuro di volere intraprendere? Fare concessioni agli alleati innervositi?

Tutto lascia a pensare che la partita sia ancora aperta, ma a differenza dei negoziati tra Teheran e i predecessori di Trump, difficilmente il presidente si farà trascinare in una diplomazia interminabile. Il momento della verità, insomma, è prossimo.


Emanuele Ottolenghi

Senior Research Fellow, Center for Research on Terror Financing (CENTEF)


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