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Trump taglia i ponti con il multilateralismo

Sessantasei organismi internazionali nel mirino: l’America lascia vuoti che pesano anche su Israele.

Shira Navon

Tempo di Lettura: 3 min
Trump taglia i ponti con il multilateralismo

Ormai l’abbiamo imparato: Donald Trump non ama le mediazioni lunghe né i tavoli affollati. Lo ha dimostrato ancora una volta annunciando il ritiro degli Stati Uniti dal sostegno a 66 organizzazioni internazionali: 31 legate alle Nazioni Unite e altre 35 considerate organismi indipendenti. La motivazione ufficiale, diffusa dalla Casa Bianca, è secca: strutture sprecone, inefficaci, ideologizzate, spesso impegnate in programmi “progressisti” che agirebbero contro l’interesse nazionale americano.

A mettere il sigillo politico alla decisione è stato il Segretario di Stato Marco Rubio. In una dichiarazione calibrata per il pubblico interno, Rubio ha parlato di “sangue, sudore e risorse” del popolo americano sprecati in istituzioni che non producono ritorni concreti e che, in alcuni casi, minano apertamente la sovranità degli Stati Uniti. Il riferimento non troppo velato è alle iniziative su diversità, equità e inclusione e alle campagne per la cosiddetta parità di genere, considerate dall’amministrazione non solo superflue ma politicamente ostili.

L’elenco degli organismi colpiti è ampio e disomogeneo, e proprio per questo produce effetti a catena difficili da ignorare. Tra i primi nomi spiccano UN Women e l’Ufficio del Rappresentante speciale sulla violenza sessuale nei conflitti, lo stesso che aveva certificato in un rapporto ufficiale i crimini sessuali commessi da Hamas il 7 ottobre. Il ritiro americano da questi organismi viene letto in Israele in modo ambiguo: da un lato come una sanzione verso strutture accusate di doppiezza e silenzi imbarazzanti, dall’altro come un arretramento dell’Occidente proprio nei luoghi dove la pressione politica anti-israeliana è più forte.

Il nodo della “sedia vuota” è centrale. Senza la presenza statunitense, organismi come l’Ufficio ONU per l’Infanzia e i Conflitti Armati – responsabile dei rapporti che alimentano il dibattito sull’inserimento dell’IDF nelle liste nere – rischiano di radicalizzarsi ulteriormente. Lo stesso vale per ESCWA, UNCTAD e per le strutture che producono analisi sul “costo dell’occupazione”. Washington, uscendo, rinuncia alla possibilità di limare testi, rallentare decisioni, porre veti informali. È una scelta che piace a chi considera questi consessi irriformabili, ma inquieta chi teme un’accelerazione senza contrappesi.

I tagli colpiscono anche fondi operativi: Peacebuilding Fund, Fondo per la Democrazia, Education Cannot Wait, UN Habitat. Strumenti che finanziano progetti nei Territori palestinesi e che, nel bene e nel male, incidono sulla stabilità quotidiana. Sul piano giuridico, pesa l’uscita dalla Commissione di Diritto Internazionale e dalla Commissione di Venezia, luoghi dove si definiscono e interpretano concetti come proporzionalità e occupazione, destinati a riaffiorare nei tribunali internazionali.

Non meno delicata è la scelta di abbandonare il Global Counter-Terrorism Forum e il Registro ONU sulle Armi Convenzionali, meccanismi pensati per coordinare la lotta al finanziamento del terrorismo e per esercitare pressioni su attori come l’Iran. Qui il ritiro americano rischia di indebolire proprio quelle leve che Israele considera strategiche.

Sul piano globale, l’uscita dalla Convenzione quadro sul clima e il conseguente colpo all’Accordo di Parigi segnano l’ennesima frattura con alleati europei e asiatici. Ma per l’amministrazione Trump il messaggio è coerente: meno multilateralismo, più influenza diretta nei tavoli tecnici dove si gioca la competizione con la Cina, dalle telecomunicazioni agli standard industriali.

Il risultato è una mappa internazionale più povera di risorse e più sbilanciata politicamente. Per Israele non è una vittoria né una sconfitta automatica ma semmai un terreno che cambia, con istituzioni meno finanziate, meno credibili, e anche meno contenute. E con un alleato americano più distante dalle stanze dove, da decenni, si combattono battaglie silenziose a colpi di risoluzioni e rapporti.


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