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Trump, Iran e la guerra che non torna

Tra incoraggiamenti, esitazioni e tensioni, la linea di Washington oscilla e il regime resiste e rilancia

Francesco Crisafulli

Tempo di Lettura: 5 min
Trump, Iran e la guerra che non torna

La guerra in Iran si era annunciata sotto i migliori auspici. Almeno da gennaio scorso, il presidente americano Donald Trump aveva ripetutamente incoraggiato la ribellione degli iraniani, promettendo loro l’aiuto militare degli Stati Uniti qualora il regime avesse fatto ricorso alla violenza omicida per reprimere le proteste. Intanto, gli ayatollah massacravano decine di migliaia di propri cittadini, aggiungendo all’orrendo spargimento di sangue anche raffinati complementi di crudeltà, come far pagare ai familiari delle vittime le pallottole usate per ucciderle.

Nel pieno infuriare dei massacri di regime, a Trump è bastata una vaga promessa di sospendere le esecuzioni capitali: niente intervento, il regime ha obbedito, aspettiamo, ma… Non diversamente da Putin, che ad Anchorage fingeva di negoziare mentre bombardava l’Ucraina, il regime iraniano si è preso gioco di Trump sulla pelle di inermi cittadini. Poi, a sorpresa (non ne sapevano nulla gli alleati storici dell’America), l’attacco all’Iran.

Ammesso che a Trump interessi la sorte del popolo iraniano, questo non lo accomuna a Netanyahu, che mira (comprensibilmente) a neutralizzare il suo nemico più potente e irriducibile, capace in futuro di minacciarlo con l’arma atomica. A questo obiettivo, vantaggioso anche per la stabilità dell’area e per noi tutti, è funzionale la fine del regime islamista. La libertà degli iraniani, la democrazia sono questioni secondarie.

Anzi: un regime autocratico potrebbe risultare più vantaggioso di una democrazia. I dittatori sanno mentire, ma se vogliono mantenere le loro promesse hanno i poteri per farlo; le democrazie sono sincere ma instabili, le maggioranze mutevoli, gli umori dell’opinione pubblica altalenanti, i governi volatili. Non si può mai contare su nessuno, ma se “hai le carte” un regime autoritario può essere più affidabile di una democrazia. Chi garantisce a Israele che domani, in un Iran democratico, non vincerà un partito ferocemente anti-israeliano? Non sarebbe preferibile un regime autoritario col quale fare accordi e che assicuri stabilità al Medio Oriente? E poi del suo popolo faccia un po’ quel che crede: sono o non sono affari interni, nei quali, secondo il mitico Diritto Internazionale, non ci si deve ingerire?

Vale anche per Trump. Anche gli accordi economici si fanno più facilmente con gli autocrati che con i governi democratici, intrappolati in barocche architetture istituzionali, contropoteri, autorità indipendenti, magistrature autonome, controlli anticorruzione che intralciano l’ordinato e proficuo procedere degli affari “di famiglia”. Però — buona notizia — Trump torna ogni tanto a ripetere i suoi incoraggiamenti agli iraniani. Quindi è davvero interessato alla libertà del popolo, al cambio di regime, alla democrazia. Ma come si concilia questo con il subordinare la scelta del leader al suo gradimento? E quale sarebbe il piano per “aiutare” gli iraniani, senza mettere “gli stivali” sul territorio?

Il nobile obiettivo è poco compatibile con una guerra lampo (che già tanto lampo non è più) combattuta soltanto in cielo. Preoccupano le dichiarazioni di Trump che puntano, in sostanza, a un rapido disimpegno. Che difficilmente, allo stato attuale, potrebbe considerarsi una vittoria: il regime per ora resiste, si difende, si rinnova senza cambiare registro, ha allargato pericolosamente il conflitto e sta mettendo potenzialmente in ginocchio l’economia di mezzo mondo con il blocco “virtuale” di Hormuz.

Oggi, una fine prematura delle ostilità permetterebbe agli ayatollah di cantare vittoria e metterebbe in difficoltà Trump, la cui base MAGA isolazionista, in gran parte, non approva l’intervento, e con le elezioni di metà mandato pericolosamente vicine; ma che non può lasciare che la guerra si trascini, con altri morti (magari americani) e altri danni (anche per le tasche americane). E poi, bisogna fare i conti con l’alleato. In cerca di sicurezza, vuole affondare il colpo e bombarda giacimenti petroliferi, a dispetto di Trump, che il petrolio se lo vorrebbe prendere, non mandarlo in fumo.

“Vi sosteniamo”, dice Netanyahu agli iraniani, “ma dovrete risolvere i vostri problemi in casa vostra, avrete il governo che vi sarete meritati”. E intanto delle piazze iraniane non si parla quasi più. Per me, comune cittadino, senza particolari competenze accademiche, che cerca di stare al passo di una situazione internazionale in rapida e continua evoluzione, si assottigliano le speranze di vedere estirpata la minaccia di uno Stato criminale che arma e finanzia il terrorismo e un popolo liberato dalla sanguinaria tirannia oscurantista dei teocrati. Certo, è possibile che alla fine il regime iraniano imploda. Ce lo auguriamo, e segnali positivi possiamo anche trovarne. Ma occorre chiarezza negli obiettivi e determinazione nel perseguirli con tutta la forza che sarà necessaria; perché non ci sono alternative.

Non certo il dialogo, impossibile con i fanatici; non la diplomazia, che ha bisogno del dialogo; non l’ONU, con un’Assemblea generale, dominata da Stati musulmani (145 su 193), che elegge l’Iran alla presidenza del Forum sui diritti umani (2023), e un Consiglio di sicurezza paralizzato dalla presenza di due (domani, forse, tre) autocrazie con diritto di veto. Con buona pace degli europei, tutti intenti a prendere le distanze, chi più chi meno, dalla guerra che “non è la nostra guerra” e ad abbandonare gli iraniani al loro destino, trascinandoli in un fiume placido di parole inconcludenti.


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