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Trump attaccherà l’Iran in questo weekend e da dove partirà l’attacco?

Tra pressioni israeliane, basi negate dagli alleati e un arsenale iraniano in ricostruzione, Washington è a un passo dalla decisione più rischiosa del suo mandato

Vincenzo Petrone

Tempo di Lettura: 8 min
Trump attaccherà l’Iran in questo weekend e da dove partirà l’attacco?

I diplomatici americani hanno sempre avuto un grande vantaggio su quasi tutti i loro colleghi di altri grandi Paesi. Nelle controversie più rilevanti possono permettersi di trattare con una pistola sul tavolo, in quanto le controparti sanno che, se il negoziato fallisce, l’America ha i mezzi economici e soprattutto militari per scegliere le vie di fatto non appena lo strumento diplomatico dovesse fallire.

Il caso dell’Iran non è affatto diverso dagli altri.

Gli emissari personali del Presidente Trump, Witkoff e Kushner, in tre ore e mezzo di colloqui a Ginevra l’altro ieri, hanno consegnato al Ministro degli Esteri iraniano le foto satellitari che dimostrano come l’Iran stia dando corso da giugno, subito dopo il bombardamento americano, al rafforzamento della blindatura dei siti di arricchimento dell’uranio. Ma soprattutto, gli americani hanno mostrato le foto dei cantieri in corso nei siti missilistici che fabbricano missili balistici e ospitano i silos di lancio.

Delle dodici strutture missilistiche distrutte dai caccia bombardieri di Israele in giugno, tre sono state già ricostruite interamente, una è stata del tutto riparata e altre tre, nuove di zecca, sono in costruzione. Tutto nel giro di pochi mesi.

Nelle scorse settimane, l’abbordaggio in alto mare di una nave iraniana che trasportava dalla Cina all’Iran una grande quantità di perclorato di ammonio è servito a dimostrare, se mai ce ne fosse stato bisogno, che anche la produzione dei vettori balistici a combustibile solido è ripresa alacremente.

Per inciso, il governo cinese sostiene che non sia contrario al diritto internazionale esportare il perclorato di ammonio. Che poi serva a fare missili balistici micidiali, evidentemente per Pechino è un dettaglio.

In conclusione, l’Iran sta già ricostituendo pressoché per intero il proprio arsenale di missili balistici, che oggi costituiscono la reale e principale minaccia operativa che gli Ayatollah possono seriamente brandire contro Israele e contro le basi americane in tutto il Medio Oriente. Washington vi mantiene circa 30.000 uomini.

La guerra dei dodici giorni in giugno ha dimostrato che neanche l’avanzatissimo sistema di difesa antimissile israeliano, che in parte anche noi europei vogliamo acquistare, è riuscito ad abbattere in volo tutti i missili balistici iraniani. Almeno una dozzina hanno colpito gli obiettivi.

Da qui la pressante e comprensibile insistenza di Israele su Trump affinché non si accontenti di un risultato cosmetico a Ginevra, per poter giustificare la conclusione del confronto armato con l’Iran e smantellare il dispositivo di attacco aeronavale già pronto.

Il materiale nucleare iraniano non sarà un problema per parecchi anni. Pur non essendo affatto “obliterato”, come Trump sostenne a giugno, esso resta per ora sepolto sotto le macerie del bombardamento americano e non sarà facilmente riattivabile.

Israele ha fatto sapere a Trump che, senza la rinuncia iraniana a produrre e schierare i missili Shahab‑3, i Sejjil e i Khorramshahr, con una portata da 1330 a 2000 km, avrebbe pianificato un proprio intervento quanto prima, anche per evitare che si richiudano i corridoi aperti con i bombardamenti di giugno nel sistema di difesa antiaerea iraniano.

La seconda richiesta israeliana è stata che Trump non rinunci a obbligare l’Iran a disattivare le reti di finanziamenti e fornitura di armi e razzi agli Hezbollah, ad Hamas e agli Houthi, perché diversamente il passaggio alla fase due del Piano Trump nella Striscia di Gaza sarebbe stato impossibile: mai Israele accetterebbe di ritirarsi mentre Hamas si sta dimostrabilmente riarmando e ricostituendo le scorte di razzi, il tutto con finanziamento iraniano.

In conclusione, a fronte di queste ineludibili esigenze strategiche, qualsivoglia vittoria diplomatica a tavolino e di pura cosmetica diventa insostenibile per Washington, che dunque non può rinunciare ad attaccare in base alle concessioni che l’Iran sembra teoricamente disposto ad accettare sul solo dossier nucleare.

Allo stesso tempo, per Khamenei accettare di interrompere il riarmo con missili balistici e abbandonare a se stessi i miliziani in Libano, Gaza e Yemen costituirebbe una sconfitta clamorosa e senza riparo, che potrebbe minare il rapporto di reciproca sopravvivenza con il Corpo delle Guardie Rivoluzionarie. E il regime teocratico potrebbe cadere.

Quindi, per la teocrazia iraniana, missili balistici e proxy sono un fatto esistenziale.

In queste ore Trump dovrà dunque decidere se dare il via all’attacco o annunciare una qualche forma di accordo con l’Iran.

Nel primo caso, non può illudersi di chiudere l’operazione militare in poche ore. Ci vorranno parecchi giorni di bombardamenti per piegare l’Iran, e l’America potrà subire qualche perdita anche importante ad opera dei droni delle Guardie Rivoluzionarie. Due grandi portaerei, una dozzina almeno di navi e una decina di basi militari, per quanto ottimamente difese, sono difficilissime da blindare come possibili obiettivi delle molte migliaia di droni che l’Iran può lanciare in contemporanea. E si tratta di apparati tecnologici di assoluto rispetto che in Ucraina hanno finora salvato l’Armata di Putin dalla sconfitta.

Nel secondo caso, quello di un solenne annuncio di “mission accomplished” a mezzo diplomazia, l’accordo creerebbe una crepa importante con Israele e con il Congresso americano, soprattutto sotto elezioni di midterm. Trump non sarebbe immune da pesanti critiche anche di fonte repubblicana.

Per complicare ancora l’equazione politica di Trump, la base MAGA non vede con favore un Presidente eletto per sganciare l’America dalle “guerre eterne” che in pochi mesi attacca invece Venezuela e Iran.

Ma c’è di più.

La sfiducia che Trump ha creato in questo anno di Presidenza tra i suoi alleati europei sta avendo in queste ore una prima importante e concreta conferma. Il governo del Regno Unito sta negando a Washington l’uso delle proprie basi di Fairford, in Inghilterra, e di Diego Garcia, nell’Oceano Indiano, per stazionarvi i B‑52 e i B‑2 che bombarderebbero l’Iran. Il governo Starmer adduce ragioni di diritto internazionale che non reggono a un esame approfondito, anche perché non sono mai state opposte in passato, quando l’utilizzo delle stesse basi è stato sempre autorizzato per operazioni in teatri del Medio Oriente.

L’altro ieri sera Starmer e Trump hanno avuto un breve colloquio telefonico nel quale, secondo un comunicato della Casa Bianca, si è parlato di Medio Oriente. E con ragionevole certezza i grandi organi di stampa britannica presumono oggi che al telefono Starmer abbia comunicato a Trump che non intendeva far partire aerei americani da Diego Garcia per bombardare l’Iran.

Pochi minuti dopo la telefonata, Trump ha lanciato un messaggio sulla sua piattaforma Trump Social Post per affermare letteralmente che “Starmer sta facendo un grande errore accettando di perdere il controllo delle isole Chagos in base alla richiesta di entità mai sentite nominare”.

Ora, le isole Chagos sono un piccolo gruppo di atolli nell’Oceano Indiano, a nord‑est delle isole Mauritius, che è uno Stato sovrano. Nel concedere l’indipendenza a Mauritius, la Gran Bretagna trattenne per sé negli anni ’60 le Chagos, che includono la importante base aeronavale britannica nell’Oceano Indiano.

Nel 2019 la Corte Internazionale di Giustizia ha intimato alla Gran Bretagna di restituire a Mauritius e agli abitanti indigeni anche quelle isole.

In successivi negoziati, il governo britannico ha concordato con il governo di Mauritius di poter mantenere la propria sovranità soltanto sull’isola di Diego Garcia per 99 anni e in affitto, mentre il resto delle Chagos veniva restituito a Mauritius.

Sicché la “entità sconosciuta” cui Trump fa riferimento mercoledì nel suo messaggio deve essere la Corte internazionale dell’ONU e forse anche la popolazione indigena delle Chagos.

Da notare che solo 24 ore prima lo State Department aveva pubblicato un comunicato ufficiale nel quale sosteneva che Washington “appoggia la decisione del Regno Unito di procedere con l’attuazione dell’accordo con Mauritius”.

La portavoce della Casa Bianca, richiesta di spiegare la discrepanza, ha testualmente risposto che “il post del Presidente deve essere considerato come la posizione degli Stati Uniti”.

In ultima analisi, l’intervento ormai probabile degli Stati Uniti in Iran, tra le altre cose, finirà con la conferma del divorzio strategico in via di definizione tra l’America di Trump e i suoi alleati, anche quelli più stretti come la Gran Bretagna.

E confermerà anche una verità: ossia che l’America può, se vuole, fare da sola, come ha sostenuto da ultimo il Segretario di Stato Rubio a Monaco. Ma in tal caso lo farà da sola e noi europei staremo a guardare.

Non si può affatto escludere che, nella vicenda dell’utilizzo delle basi per i bombardieri diretti in Iran, l’esempio britannico stia per essere seguito in queste ore — sia pure in assoluto silenzio stampa — dalla Germania e dall’Italia, i due altri grandi alleati dell’America nel vecchio continente, nei quali si trovano quattro tra le più importanti basi americane nel mondo.

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