Il passato in Polonia continua a essere materia incandescente, soprattutto quando si intreccia con la Shoah e con ciò che avvenne nei mesi immediatamente successivi alla fine dell’occupazione nazista. Il documentario Among Neighbors del regista californiano Yoav Potash, dedicato all’uccisione di cinque ebrei tornati nel 1945 a Gniewoszów, un piccolo centro dove prima della guerra la comunità ebraica rappresentava circa metà della popolazione, ha riaperto una frattura mai del tutto rimarginata. I cinque sopravvissuti furono assassinati sei mesi dopo la liberazione, non dai tedeschi, bensì da concittadini polacchi.
Presentato al Warsaw Jewish Film Festival nel novembre 2024 e poi distribuito in vari Paesi fino a qualificarsi per la corsa agli Oscar, il film è approdato sulla televisione pubblica TVP nel novembre 2025, suscitando una reazione immediata negli ambienti nazionalisti. Dall’ufficio del presidente Karol Nawrocki, storico di formazione e figura legata al partito Diritto e Giustizia, sono arrivate accuse di manipolazione storica e di offesa all’onore nazionale. Agnieszka Jędrzak, ministra della presidenza ed ex dirigente dell’Istituto della Memoria Nazionale, ha parlato di produzione “anti-polacca” e ha messo in discussione la scelta dell’emittente pubblica di mandare in onda il documentario.
La polemica ha assunto una dimensione istituzionale quando l’Istituto Ordo Iuris, think tank cattolico di orientamento ultraconservatore, ha presentato un esposto al Consiglio Nazionale della Radiodiffusione, chiedendo un’indagine sul contenuto del film. L’organo di vigilanza ha effettivamente aperto un procedimento, riaccendendo il dibattito sulle leggi polacche che regolano il discorso pubblico in materia di memoria della Shoah. Dal 2018 è in vigore una normativa che sanziona l’attribuzione alla nazione polacca di corresponsabilità nei crimini nazisti, una legge che ha suscitato critiche internazionali e che, pur depotenziata sul piano penale, continua a incidere sul clima culturale.
Among Neighbors non si concentra sui campi di sterminio né sui crimini tedeschi, ma su un episodio successivo, inserito in un fenomeno più ampio che vide centinaia di ebrei sopravvissuti uccisi in diverse località polacche dopo la guerra. Il pogrom di Kielce del luglio 1946, in cui morirono quarantadue ebrei, resta il caso più noto e contribuì a convincere molti sopravvissuti che non vi fosse più futuro nel Paese. Il film di Potash intreccia le voci di un testimone polacco e di un ebreo legato a quelle vittime, mostrando la dimensione intima di una violenza maturata tra vicini di casa.
La televisione pubblica ha difeso la propria scelta, sostenuta dall’Istituto Storico Ebraico di Polonia e dal Museo POLIN di Varsavia, affermando che affrontare pagine dolorose non equivale a giudicare un’intera nazione. In gioco vi è una questione più profonda, che riguarda l’identità collettiva. Per una parte dell’opinione pubblica polacca, il racconto della Seconda guerra mondiale si fonda su un’immagine di popolo martire e resistente, schiacciato tra nazismo e comunismo. L’emergere di episodi in cui cittadini polacchi compaiono come responsabili di violenze contro ebrei incrina questa auto-percezione e viene vissuto come un attacco.
Il governo centrista di Donald Tusk, tornato al potere nel 2023, cerca di mantenere un equilibrio tra libertà accademica e sensibilità nazionale, ma la presenza di un presidente espressione dell’area conservatrice alimenta tensioni istituzionali. La vicenda del documentario dimostra che la memoria resta uno dei campi di battaglia simbolici più sensibili in Europa centro-orientale.
A ottant’anni dalla fine della guerra, la Polonia continua a confrontarsi con le proprie ombre, oscillando tra il desiderio di difendere l’onore nazionale e la necessità di accettare una storia complessa, in cui vittime e carnefici non si distribuiscono lungo linee nette. Il confronto, per quanto aspro, segnala che il passato non è un capitolo chiuso, bensì una questione ancora capace di definire il presente politico e culturale del Paese.
Tra vittime e colpevoli, il nervo scoperto della memoria polacca
