Una volta questo slogan era usato dall’Ufficio del Turismo per promuovere la splendida città del Medioriente dallo stile di vita di Barcellona, un’offerta museale pari a Berlino e un lungomare da fare a gara con quello di Miami. Per non parlare delle ore piccole, in stile New York City.
Invece, dal 7 ottobre, non si dorme mai a causa dei bombardamenti vari, a seconda del momento storico. Che si tratti di Hamas, Hezbollah, degli Houthi o della Repubblica Islamica, gli israeliani, su base giornaliera, controllano le dichiarazioni del Presidente americano Donald Trump come gli italiani le previsioni del tempo, per decidere dove andare a sciare in inverno e dove andare al mare in estate.
Quindi, alla luce delle recenti dichiarazioni, ieri la disputa a Tel Aviv era: “Restiamo qua, dove, trovandosi il quartier generale dell’IDF, c’è la più grande probabilità di venire colpiti da Teheran in caso di escalation, o andiamo a rifugiarci da amici o parenti in qualche kibbutz al nord o al sud del Paese?”.
Questo è solo uno dei tanti paradossi di una guerra cominciata con la strage dei kibbutz che oggi, invece – alla luce del potenziale conflitto che potrebbe allargarsi per porre fine al regime iraniano – risultano, per assurdo, i luoghi più sicuri in questo delicato momento storico. Fermo restando che il concetto di “sicurezza”, in Israele, è sempre molto fluido e varia di persona in persona e di casa in casa.
Quando si ha la fortuna (spesso meramente dettata dall’anno in cui è stato costruito l’immobile in cui si abita) di avere il mamad – la stanza antimissili – in casa, si è sicuramente molto più tranquilli rispetto a quando l’alternativa è il miklat – il rifugio antimissili. Che, nella migliore delle ipotesi, è da condividere con tutto il condominio ma spesso, quando l’edificio è di vecchia data, come nella maggior parte dei casi nella zona Bauhaus di Tel Aviv, si condivide con l’intero quartiere.
Durante la “Guerra dei 12 Giorni”, a giugno, i rifugi pubblici erano talmente affollati da famiglie numerose – con tanto di scia di cani e gatti – che i single, più temerari, si sono spesso trasferiti direttamente nei sotterranei dei parcheggi e delle metropolitane dove, tra un attacco missilistico e l’altro, in totale spirito israeliano, venivano, di giorno in giorno, organizzati corsi di yoga, cineforum e, tra i più giovani, persino i rave. Lì nei sotterranei sono persino nati grandi amori.
Perché Tel Aviv non dorme mai, anche in tempi di guerra.
E lo spirito di resilienza è ciò che, più di qualsiasi altra appartenenza politica o religiosa, tiene insieme il Paese in tutte le sue diversità: laici e religiosi, ebrei e musulmani, destra e sinistra.
Stamattina ci siamo alzati tutti tirando un momentaneo sospiro di sollievo, pur sapendo che l’attacco da Teheran potrebbe comunque arrivare nelle prossime 24 ore o nei prossimi giorni, a seconda di come si evolveranno i potenziali accordi, già in corso, in Qatar.
Resta il fatto che, se questo è il prezzo da pagare per liberare i fratelli iraniani dal giogo della dittatura, gli israeliani sono pronti: i rifugi pubblici sono stati aperti e hanno già fatto tutti le scorte alimentari per le prossime settimane.
Tel Aviv non dorme mai
Tel Aviv non dorme mai

