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Tel Aviv non dorme mai

Gli israeliani ai tempi di guerra.

Fiammetta Martegani

Tempo di Lettura: 3 min
Tel Aviv non dorme mai

Una volta questo slogan era usato dall’Ufficio del Turismo per promuovere la splendida città del Medioriente dallo stile di vita di Barcellona, un’offerta museale pari a Berlino e un lungomare da fare a gara con quello di Miami. Per non parlare delle ore piccole, in stile New York City.

Invece, dal 7 ottobre, non si dorme mai a causa dei bombardamenti vari, a seconda del momento storico. Che si tratti di Hamas, Hezbollah, degli Houthi o della Repubblica Islamica, gli israeliani, su base giornaliera, controllano le dichiarazioni del Presidente americano Donald Trump come gli italiani le previsioni del tempo, per decidere dove andare a sciare in inverno e dove andare al mare in estate.

Quindi, alla luce delle recenti dichiarazioni, ieri la disputa a Tel Aviv era: “Restiamo qua, dove, trovandosi il quartier generale dell’IDF, c’è la più grande probabilità di venire colpiti da Teheran in caso di escalation, o andiamo a rifugiarci da amici o parenti in qualche kibbutz al nord o al sud del Paese?”.

Questo è solo uno dei tanti paradossi di una guerra cominciata con la strage dei kibbutz che oggi, invece – alla luce del potenziale conflitto che potrebbe allargarsi per porre fine al regime iraniano – risultano, per assurdo, i luoghi più sicuri in questo delicato momento storico. Fermo restando che il concetto di “sicurezza”, in Israele, è sempre molto fluido e varia di persona in persona e di casa in casa.

Quando si ha la fortuna (spesso meramente dettata dall’anno in cui è stato costruito l’immobile in cui si abita) di avere il mamad – la stanza antimissili – in casa, si è sicuramente molto più tranquilli rispetto a quando l’alternativa è il miklat – il rifugio antimissili. Che, nella migliore delle ipotesi, è da condividere con tutto il condominio ma spesso, quando l’edificio è di vecchia data, come nella maggior parte dei casi nella zona Bauhaus di Tel Aviv, si condivide con l’intero quartiere.

Durante la “Guerra dei 12 Giorni”, a giugno, i rifugi pubblici erano talmente affollati da famiglie numerose – con tanto di scia di cani e gatti – che i single, più temerari, si sono spesso trasferiti direttamente nei sotterranei dei parcheggi e delle metropolitane dove, tra un attacco missilistico e l’altro, in totale spirito israeliano, venivano, di giorno in giorno, organizzati corsi di yoga, cineforum e, tra i più giovani, persino i rave. Lì nei sotterranei sono persino nati grandi amori.

Perché Tel Aviv non dorme mai, anche in tempi di guerra.
E lo spirito di resilienza è ciò che, più di qualsiasi altra appartenenza politica o religiosa, tiene insieme il Paese in tutte le sue diversità: laici e religiosi, ebrei e musulmani, destra e sinistra.

Stamattina ci siamo alzati tutti tirando un momentaneo sospiro di sollievo, pur sapendo che l’attacco da Teheran potrebbe comunque arrivare nelle prossime 24 ore o nei prossimi giorni, a seconda di come si evolveranno i potenziali accordi, già in corso, in Qatar.

Resta il fatto che, se questo è il prezzo da pagare per liberare i fratelli iraniani dal giogo della dittatura, gli israeliani sono pronti: i rifugi pubblici sono stati aperti e hanno già fatto tutti le scorte alimentari per le prossime settimane.


Tel Aviv non dorme mai
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