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Tel Aviv: la città che Israele è diventato (e che non coincide con lo Stato)

Setteottobre

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Tel Aviv: la città che Israele è diventato (e che non coincide con lo Stato)

Cos’è

Tel Aviv è la seconda città di Israele per popolazione e il suo principale centro economico, culturale e tecnologico. Fondata nel 1909 come sobborgo ebraico di Jaffa, è oggi una metropoli affacciata sul Mediterraneo, simbolo di modernità, laicità e apertura. Non è la capitale del Paese, ma per molti è il centro più funzionale.

Perché è importante

Tel Aviv è il motore economico di Israele. Qui si concentrano finanza, startup, alta tecnologia, media, pubblicità, cultura e vita notturna. È il cuore della cosiddetta “Startup Nation” e uno snodo centrale nei rapporti economici con l’Occidente. Chi vuole capire come Israele funziona oggi, più che come si racconta, deve passare da Tel Aviv.

Cosa la rende diversa

A differenza di Gerusalemme, Tel Aviv nasce senza sacralità. Non è una città santa, non è carica di simboli religiosi, non è centro di identità nazionali concorrenti. È una città costruita per vivere, lavorare, produrre. La sua identità è profondamente urbana e secolare: spiagge, boulevard, Bauhaus, caffè, uffici, coworking. La “Città Bianca”, patrimonio Unesco, è una dichiarazione di modernismo europeo trapiantato in Medio Oriente.

Il rapporto con lo Stato

Tel Aviv ha un rapporto ambivalente con Israele. Da un lato ne è il laboratorio sociale: diritti civili, comunità LGBTQ+, libertà culturali, sperimentazione. Dall’altro è spesso accusata, soprattutto dalla periferia e dal mondo religioso, di vivere in una bolla, distante dalle tensioni identitarie, dal conflitto e dai costi della sicurezza. L’espressione “lo Stato è Gerusalemme, il Paese è Tel Aviv” sintetizza bene questa frattura.

Tel Aviv e il conflitto

Tel Aviv è meno esposta simbolicamente al conflitto israelo-palestinese, ma non ne è fuori. Subisce attacchi, vive le guerre, manda i suoi giovani nell’esercito. Tuttavia tende a elaborare il conflitto in modo più pragmatico e meno ideologico. Qui la questione palestinese è spesso vissuta come problema politico da gestire, non come fondamento identitario quotidiano.

I limiti del modello

Dietro l’immagine patinata, Tel Aviv è anche una delle città più care al mondo, con disuguaglianze crescenti, gentrificazione aggressiva e una pressione immobiliare che espelle classi medie e giovani. La città inclusiva è accessibile soprattutto a chi può permettersela. Inoltre, il suo modello non è facilmente esportabile nel resto del Paese, dove pesano religione, sicurezza e fratture etniche più profonde.

Cosa rappresenta davvero

Tel Aviv non è “Israele” nel suo insieme, ma è una sua parte essenziale. Rappresenta ciò che il sionismo è diventato quando ha smesso di essere solo progetto nazionale ed è diventato società concreta: contraddittoria, produttiva, nervosa, spesso brillante. È una città che guarda al futuro più che alla memoria, e proprio per questo irrita, affascina e divide.

In breve

Tel Aviv è la promessa e il paradosso di Israele. Funziona, corre, innova. Ma non basta da sola a tenere insieme un Paese che vive anche altrove, e su altri registri. È per questo che la si ama, la si critica e, soprattutto, la si usa come metro di confronto per tutto il resto.


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