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Teheran dopo Larijani: il potere si sposta verso la linea dura

La possibile ascesa di Saeed Jalili segna una svolta ideologica che restringe gli spazi di trattativa e alza la temperatura dello scontro regionale

Shira Navon

Tempo di Lettura: 4 min
Teheran dopo Larijani: il potere si sposta verso la linea dura

Guardando l’avvicendarsi obbligato della leadeship iraniana, pare che non ci sia mai fine al peggio. L’eliminazione di Ali Larijani ha aperto una crepa nel cuore del sistema iraniano che non riguarda soltanto la successione a una figura chiave, ma il modo stesso in cui il potere si riorganizza in un momento di pressione militare e isolamento internazionale. In quella crepa si sta infilando con decisione Saeed Jalili, uomo cresciuto all’ombra della Guida Suprema e interprete coerente di una visione che considera il confronto con l’Occidente non un incidente da gestire, ma una condizione strutturale da irrigidire.

Jalili non è un volto nuovo e proprio per questo inquieta. La sua traiettoria attraversa quasi quarant’anni di apparato statale, dal ministero degli Esteri agli uffici più sensibili legati ad Ali Khamenei, fino al Consiglio Supremo per la Sicurezza Nazionale, dove ha rappresentato direttamente la Guida e dove ha già guidato in passato il dossier nucleare. In quella stagione si fece notare per un’impostazione negoziale rigida, poco incline a concessioni e fortemente ancorata a una lettura ideologica della sicurezza nazionale. Non si trattava di tattica, ma di convinzione.

Le sue parole, pronunciate subito dopo la morte di Larijani e del comandante dei Basij Gholam Reza Soleimani, restituiscono con chiarezza il quadro mentale dentro cui si muove. Il sacrificio, ha detto, rafforzerà la determinazione del popolo e accelererà la sconfitta del nemico. Non è retorica occasionale, è una grammatica politica che trasforma ogni perdita in carburante per lo scontro e che riduce ulteriormente lo spazio per qualsiasi forma di de-escalation.

Il punto, però, non è soltanto Jalili in quanto individuo. Il punto è il momento in cui emerge. Negli ultimi mesi il sistema iraniano ha perso una serie di figure che, pur restando all’interno dell’impianto ideologico della Repubblica islamica, mantenevano margini di manovra e una certa familiarità con il linguaggio della trattativa. Larijani apparteneva a questa categoria. La sua uscita di scena, violenta e improvvisa, accelera un processo già in corso, quello di una selezione interna che premia le figure più intransigenti e meglio integrate con le Guardie Rivoluzionarie.

Non a caso diversi analisti, tra cui l’ex responsabile del dossier Iran nell’intelligence militare israeliana Danny Sitrinowicz, leggono la possibile nomina di Jalili come un passaggio coerente con la direzione intrapresa dal regime. Il suo profilo garantisce fedeltà, prevedibilità ideologica e un rapporto solido con i centri di potere più duri. In un sistema che percepisce la sopravvivenza come priorità assoluta, queste qualità contano più di qualsiasi apertura verso l’esterno.

Resta una variabile istituzionale, perché formalmente la nomina spetta al presidente Masoud Pazakhian, eletto dopo la morte di Ebrahim Raisi. Tuttavia la storia recente dell’Iran insegna che le decisioni cruciali maturano altrove e che le dinamiche interne al sistema prevalgono sulle procedure formali. Se Jalili dovesse davvero assumere il ruolo lasciato vacante, il segnale sarebbe difficilmente equivocabile.

Per Israele e per gli Stati Uniti significherebbe confrontarsi con un interlocutore che non considera il negoziato uno strumento utile, se non in funzione tattica e temporanea. Per i paesi del Golfo, già esposti alle oscillazioni della politica regionale iraniana, aumenterebbe l’incertezza su una possibile stabilizzazione. Per la stessa società iraniana si aprirebbe una fase ancora più chiusa, nella quale la componente ideologica del potere tende a comprimere ulteriormente le spinte pragmatiche.

Il paradosso è evidente. Mentre il regime mostra segni di affaticamento e di erosione, la risposta che sembra emergere dall’interno è un irrigidimento ulteriore, come se la pressione esterna e le perdite subite spingessero verso una versione più pura e meno flessibile del sistema. In questa logica, Jalili non è un incidente, ma il prodotto coerente di un meccanismo che si sta stringendo su sé stesso.

Se questo processo dovesse consolidarsi, la prospettiva non è quella di un assestamento, bensì di una lunga fase di tensione in cui il margine per soluzioni negoziali si riduce progressivamente. A quel punto la domanda non sarà più chi guida il regime, ma fino a che punto il regime stesso è disposto a spingersi per restare in piedi.


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