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Teheran dopo Khamenei: la statua che cade e il vuoto che si apre

La morte della Guida Suprema scuote l’Iran e il Medio Oriente, mentre nelle strade si alternano esultanza e timore

Paolo Montesi

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Teheran dopo Khamenei: la statua che cade e il vuoto che si apre

Fino a un paio di giorni fa pareva un’immagine partorita dalla fantasia (o dall’intelligenza artificiale). Invece è tutto vero: le immagini diffuse sui social mostrano una folla radunata attorno alla statua di Ali Khamenei che oscilla, perde equilibrio e infine si abbatte al suolo tra grida e applausi, come se quel crollo materiale potesse segnare l’inizio di una stagione diversa per un Paese che per oltre trentacinque anni ha vissuto sotto la stessa guida. La scena, rilanciata da media internazionali e confermata da fonti locali, arriva poche ore dopo l’annuncio ufficiale della morte della Guida Suprema, colpita secondo le autorità iraniane da un’operazione congiunta di Stati Uniti e Israele.

La televisione di Stato ha comunicato che Khamenei sarebbe stato ucciso nel suo ufficio durante la mattinata di sabato, mentre Reuters ha riferito che il raid sarebbe stato pianificato in coincidenza con una riunione con alti funzionari della sicurezza, tra cui Ali Shamkhani e Ali Larijani, in un luogo ritenuto sicuro. Nello stesso attacco sarebbero rimasti uccisi anche Mohammad Pakpour, comandante dei Guardiani della rivoluzione, e altri dirigenti di primo piano, a conferma della portata dell’operazione. La decisione di colpire in quel momento suggerisce un’azione mirata a decapitare la catena di comando, con conseguenze che vanno ben oltre la figura simbolica della Guida Suprema.

Khamenei aveva assunto la leadership nel 1989, dopo la morte di Ruhollah Khomeini, e aveva consolidato nel tempo un sistema di potere fondato sull’intreccio tra autorità religiosa, apparato militare e controllo capillare della società. Il suo lungo governo è stato segnato da repressioni severe delle proteste interne, tra cui quelle esplose a gennaio, quando secondo fonti indipendenti sarebbero state uccise decine di migliaia di persone in pochi giorni, un bilancio che le autorità non hanno mai riconosciuto ufficialmente ma che ha trovato eco in rapporti di organizzazioni per i diritti umani. La proclamazione di quaranta giorni di lutto nazionale, annunciata subito dopo la conferma della morte, si inserisce nella tradizione sciita e mira a rafforzare un senso di continuità istituzionale in un momento di estrema vulnerabilità.

La caduta della statua, tuttavia, racconta un’altra storia, e cioè quella di una popolazione che ha vissuto il potere come oppressione e che ora intravede la possibilità di un cambiamento, pur senza sapere quale direzione potrà prendere. L’Iran resta un sistema complesso, nel quale il Consiglio degli Esperti ha il compito di nominare la nuova Guida Suprema, ma in cui i Guardiani della rivoluzione conservano un peso determinante. L’eliminazione simultanea di figure chiave potrebbe aprire rivalità interne, con il rischio di tensioni tra fazioni che aspirano a guidare la transizione.

Sul piano regionale, l’operazione segna un salto di qualità nel confronto tra Teheran, Washington e Gerusalemme, perché colpire il vertice politico e militare iraniano comporta una ridefinizione degli equilibri di deterrenza. I Paesi del Golfo stanno a guardare con cautela, consapevoli che eventuali reazioni potrebbero travalicare i confini iraniani, mentre la comunità internazionale si interroga sulle conseguenze a medio termine di un’azione che ha modificato in modo radicale il quadro politico della Repubblica islamica.

La statua che si abbatte al suolo rappresenta un gesto colmo di significato, ma il destino dell’Iran dipenderà dalla capacità delle sue istituzioni e della sua società di affrontare una fase di transizione che si annuncia delicata. In assenza di un percorso chiaro, l’entusiasmo di una parte della popolazione deve convivere con l’incertezza di un Paese che si trova davanti a un passaggio storico di cui ancora non si intravedono contorni definitivi.


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