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Talebani, la crepa che viene da dentro

Una rara registrazione del leader supremo mette a nudo lo scontro tra Kandahar e Kabul .

Shira Navon

Tempo di Lettura: 3 min
Talebani, la crepa che viene da dentro

Non sono i droni occidentali, né le sanzioni internazionali, né una resistenza armata organizzata a turbare il sonno della guida suprema dei talebani. A inquietare davvero Haibatullah Akhundzada è un nemico molto più vicino, interno, silenzioso e per questo decisamente più pericoloso. Una registrazione audio senza precedenti, resa pubblica dalla BBC, mostra un Akhundzada insolitamente diretto nel denunciare il rischio di collasso dell’Emirato islamico a causa delle tensioni tra le sue stesse élite.

Il discorso risale al gennaio 2025 ed è stato pronunciato in una madrasa di Kandahar, cuore ideologico del movimento. Il messaggio è netto e privo delle consuete circonlocuzioni teologiche. Le divisioni tra i dirigenti, dice Akhundzada, possono portare alla fine del regime nato dopo la presa di Afghanistan nel 2021. Parole che, per la cultura politica talebana fondata su disciplina e obbedienza, suonano come una confessione di fragilità.

Da tempo circolavano voci su fratture interne, sempre smentite ufficialmente. L’audio, però, conferma ciò che molti osservatori descrivono da mesi. Ai vertici esistono due poli distinti. Da un lato Kandahar, dove Akhundzada governa circondato da religiosi a lui fedeli, promotori di un emirato chiuso, austero, impermeabile al mondo esterno. Dall’altro Kabul, sede del governo operativo, dove ministri e comandanti militari mostrano un approccio più pragmatico, pur restando dentro un’interpretazione rigorosa dell’islam.

La linea di frattura non è però teorica ma tocca lo stesso funzionamento quotidiano dello Stato. Il campo di Kabul ritiene indispensabili relazioni minime con la comunità internazionale, una gestione economica meno ideologica e, soprattutto, strumenti di governo moderni. Internet, ad esempio. Quando Akhundzada ha ordinato il blackout totale delle comunicazioni, lo scorso settembre, la rete è stata ripristinata dopo tre giorni. Non per un ripensamento della guida suprema, ma perché i ministri di Kabul hanno deciso di disobbedire.

Un atto quasi impensabile nel sistema talebano. Secondo fonti interne citate sempre dalla BBC, si è trattato di una decisione collettiva assunta da figure di primo piano come Sirajuddin Haqqani, ministro dell’Interno, e Mohammad Yaqoob, ministro della Difesa e figlio del fondatore dei talebani, il mullah Omar. Entrambi erano stati cooptati ai vertici proprio per garantire unità. Oggi rappresentano, invece, il volto di una crescente insofferenza verso decisioni calate dall’alto senza consultazione.

Haqqani, su cui pende ancora una taglia statunitense, ha parlato pubblicamente del rischio di un governo che perde la fiducia del popolo. Yaqoob ha espresso riserve analoghe in contesti più riservati. Dall’altra parte, i fedelissimi di Kandahar ribadiscono che l’autorità di Akhundzada è assoluta e non soggetta a critica umana, se non divina. Qualsiasi pluralità di leadership viene descritta come una minaccia all’ordine religioso.
Il nodo centrale resta il rapporto con la realtà. I dirigenti di Kabul sanno che un Paese isolato, senza istruzione femminile, senza economia e senza comunicazioni, è difficilmente governabile. Kandahar, invece, sembra considerare il collasso come un prezzo accettabile pur di preservare la purezza dell’emirato. La registrazione trapelata suggerisce che Akhundzada abbia piena consapevolezza di questa tensione, ma non una soluzione condivisa.

All’esterno, molti attori internazionali minimizzano, parlando di divergenze fisiologiche. Eppure, per un movimento che ha sempre fatto dell’unità il proprio punto di forza, la disobbedienza aperta è un segnale grave. Se la frattura dovesse allargarsi, il pericolo non sarebbe una caduta improvvisa, ma un lento logoramento interno. Ed è proprio questo scenario che, per una volta, il leader supremo dei talebani ha deciso di ammettere ad alta voce.