Ci si è sempre cullati all’idea che le guerre fossero altrove, una faccenda da mappe lontane, da telegiornali senza conseguenze, mentre qui si continuava a vivere sotto una protezione data per scontata, quasi fosse un elemento naturale come il clima. Poi è sufficiente una frase – “possono colpire Roma” – e la distanza si accorcia di colpo, diventa una linea sottile, fragile, che non protegge più nessuno.
Il tema non riguarda la potenza dei missili iraniani, che pure esiste e cresce, ma la scoperta improvvisa di una vulnerabilità che era sotto gli occhi di tutti e che per anni si è scelto di non vedere. Le città europee non hanno uno scudo vero, non hanno una strategia coerente, non hanno nemmeno un linguaggio per dire la parola rischio senza abbassare la voce.
Per molto tempo si è preferito credere che la sicurezza fosse una condizione acquisita, qualcosa che non richiedeva né investimenti né scelte difficili, mentre il resto del mondo continuava a ragionare in termini di potenza, deterrenza, capacità di colpire e difendersi. Così l’Europa ha costruito la propria tranquillità su un’ipotesi, non su una struttura.
Adesso quella ipotesi si incrina, e il problema non è che il mondo sia diventato più pericoloso: lo è sempre stato. Il problema è che ci si è disabituati a pensarlo tale, e quando la realtà torna a bussare, lo fa senza preavviso e senza gentilezza. Che qualcuno svegli Biancaneve, perché se aspettiamo il principe azzurro, allora sì che sono guai.
Svegliate Biancaneve
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