Quando il Sudan del Sud diventa indipendente nel luglio del 2011, la separazione dal Sudan viene letta come una svolta definitiva dopo decenni di guerra civile. Juba, nuova capitale, si presenta al mondo come il centro di un paese che vuole lasciarsi alle spalle l’islamismo politico di Khartoum e il suo sistema repressivo. È una promessa che incontra simpatia in Occidente e, fin da subito, una certa attenzione anche da parte di Israele.
Il Sudan del Sud nasce con un’identità internazionale in parte speculare a quella del vicino settentrionale. Dove Khartoum ha costruito per anni un fronte di ostilità verso Israele, Juba sceglie una linea opposta, prudente ma chiara. I rapporti con Gerusalemme vengono avviati quasi subito dopo l’indipendenza, sul piano diplomatico e soprattutto su quello della cooperazione informale. Per Israele, il nuovo Stato rappresenta un potenziale interlocutore in Africa orientale e un contrappeso strategico rispetto a un Sudan storicamente allineato ai fronti più radicali del Medio Oriente.
Questa apertura, tuttavia, non si traduce in una politica estera strutturata. Il Sudan del Sud resta un paese politicamente incompiuto, privo di una macchina statale in grado di sostenere relazioni internazionali stabili. La guerra civile esplosa nel 2013 tra il presidente Salva Kiir e il suo ex vice Riek Machar riduce drasticamente lo spazio di manovra diplomatica. La priorità diventa la sopravvivenza del regime e il controllo del territorio, non la costruzione di alleanze durature.
Eppure, anche negli anni più bui del conflitto interno, Juba non adotta mai una linea ostile verso Israele. Al contrario, mantiene un profilo relativamente neutro nel mondo arabo e africano, evitando di allinearsi alle campagne anti-israeliane che trovano invece spazio in altri contesti regionali. È una scelta che riflette più la distanza culturale e politica dal Nord che una strategia consapevole. Il Sudan del Sud non si percepisce come parte del conflitto mediorientale, e questa estraneità diventa una cifra costante della sua politica estera.
Il confronto con il Sudan resta inevitabile. Se Khartoum utilizza la causa palestinese come strumento ideologico e di legittimazione interna, Juba non ha né la forza né l’interesse a farlo. Il nuovo Stato guarda piuttosto all’Africa orientale, agli Stati Uniti e agli organismi internazionali da cui dipende per la sopravvivenza economica. In questo quadro, Israele è visto come un partner possibile, ma mai centrale, e comunque lontano dalle dinamiche che lacerano il paese dall’interno.
Il punto, allora, è che il Sudan del Sud incarna un paradosso. È uno Stato che ha scelto di collocarsi fuori dalle grandi polarizzazioni ideologiche della regione, ma che non è riuscito a costruire una sovranità reale. L’indipendenza lo ha separato da Khartoum, ma non gli ha dato un progetto condiviso. Anche la sua posizione relativamente aperta verso Israele resta sospesa, più come segnale identitario che come politica compiuta. In assenza di istituzioni solide, ogni orientamento esterno rischia di restare simbolico, mentre la crisi interna continua a divorare il futuro del paese.
Sudan del Sud, ovvero l’indipendenza incompiuta
Sudan del Sud, ovvero l’indipendenza incompiuta

