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Storia di una promessa mantenuta

Il ritorno di Oron Shaul dopo dieci anni, grazie a un’operazione al limite dell’impossibile.

Andrea Fiore

Tempo di Lettura: 3 min
La notte in cui Israele sfidò l’impossibile

Per più di dieci anni il nome di Oron Shaul è rimasto sospeso nell’aria come un richiamo impossibile da ignorare. Non era solo un soldato caduto: era un figlio che non aveva fatto ritorno, un corpo svanito nel caos della guerra, un’assenza che pesava ogni giorno un po’ di più. Israele non aveva mai smesso di cercarlo, come si cerca qualcosa che non si riesce ad abbandonare.

Nel 2024, un dettaglio minuscolo incrinò quel silenzio. Un computer sequestrato, una frase sfuggita in una conversazione interna di Hamas, l’accenno a un detenuto che conosceva la posizione dei “soldati”. Bastò questo filo sottile per riaccendere una speranza che sembrava ormai spenta.

Gli interrogatori portarono a un nome: Ibrahim Hilu, ex comandante di Hamas che viveva come un uomo qualunque. Le informazioni raccolte indicavano che il corpo di Oron fosse nascosto sotto la sua casa, in uno dei piccoli negozi al piano terra. Ma un’irruzione avrebbe fatto troppo rumore e messo tutto a rischio. Se Hamas avesse intuito qualcosa, il corpo sarebbe scomparso di nuovo.

L’intelligence scelse allora la via più fragile e audace: l’inganno. Hilu venne avvicinato senza sospetti, guidato lentamente verso un magazzino che fino a quel momento non aveva avuto alcun valore. Quella notte, però, divenne il centro di un’operazione costruita sul filo del rasoio. Il rapimento fu un susseguirsi di esitazioni, ripensamenti, mezzi che non partivano, minuti interminabili. Eppure, contro ogni previsione, Hilu venne catturato.

L’interrogatorio iniziò subito. Il cessate il fuoco era vicino, le truppe israeliane si stavano ritirando, il tempo scivolava via. Hilu negò tutto per ore, poi cedette: “Il corpo è sotto la mia casa.” Una frase semplice, ma capace di cambiare il destino di un decennio.

Restava il passaggio più delicato: entrare nella struttura senza attirare attenzione. Nessun rumore, nessun movimento sbagliato. L’unica soluzione fu mandare un collaboratore palestinese, da solo, nella notte. L’uomo avanzò nel buio, senza protezione, consapevole che ogni secondo contava. Arrivò alla porta, ma la serratura era troppo pesante. Forzarla avrebbe svegliato il quartiere.

Si decise allora qualcosa di impensabile: l’IDF avrebbe bombardato aree aperte vicine, non per colpire, ma per creare un boato che coprisse il rumore della serratura che cedeva. Sotto quel cielo che tremava, il collaboratore sfondò la porta e trovò il corpo di Oron Shaul.

Dopo minuti che sembrarono un’eternità, raggiunse una squadra dell’IDF. Il corpo venne caricato su mezzi blindati della Brigata Golani, la stessa in cui Oron aveva servito. Era la notte tra il 18 e il 19 gennaio 2025, poche ore prima del cessate il fuoco. Dieci anni e mezzo dopo la sua morte, Oron Shaul tornò finalmente a casa.

In mezzo a inganni, rischi e decisioni prese all’ultimo respiro, il cuore di questa storia resta uno solo: la fedeltà a un soldato che non poteva più tornare da solo. Una fedeltà che ha attraversato il tempo, la guerra e il silenzio, fino a riportarlo indietro. Un’ostinazione che, in quella notte sospesa, ha avuto il volto di un Paese intero deciso a non arrendersi.