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Stelle gialle in vendita, il confine che salta

Quando la memoria diventa merce e l’antisemitismo passa per l’e-commerce

Daniele Scalise

Tempo di Lettura: 3 min
Stelle gialle in vendita, il confine che salta

C’è qualcosa di profondamente disturbante nel vedere la stella gialla trasformata in un oggetto da vetrina digitale, confezionata, descritta e venduta come se fosse un gadget qualsiasi. Eppure è ciò che accade in questi giorni su Etsy, piattaforma globale di vendita online, dove sono comparsi annunci che propongono stelle di David e, tra queste, riproduzioni esplicite della stella gialla nazista con la scritta “Jude”. Non stiamo parlando di una citazione storica contestualizzata, non di un uso didattico o museale, ma di una gamma di prodotti pensati per essere acquistati, indossati o scaricati come file digitali, con una leggerezza che inquieta proprio per la sua normalità.

Le varianti disponibili dicono molto più di quanto sembri a una prima occhiata. Vi si trovano adesivi, spille, magneti e persino file da stampare in autonomia, declinati su sfondi blu o a righe che richiamano in modo fin troppo esplicito le divise dei deportati nei campi di sterminio. Accanto a questi oggetti, le descrizioni non attenuano affatto l’ambiguità, anzi la amplificano, perché parlano di “fierezza ebraica”, di “orgoglio”, di “sostegno a Israele”, come se il simbolo imposto dai nazisti per marchiare, isolare e umiliare potesse essere riassorbito senza frizioni in una retorica identitaria da merchandising.

Il problema non è soltanto il cattivo gusto, categoria troppo debole per descrivere ciò che sta accadendo, ma il corto circuito culturale che si produce quando un simbolo di persecuzione viene sradicato dal suo contesto e rimesso in circolazione come oggetto neutro, o peggio come segno di rivendicazione. Eppure dovrebbe essere noto che la stella gialla non è un segno generico dell’ebraismo, né un emblema di appartenenza volontaria, bensì uno strumento di discriminazione imposto con la forza, primo passo visibile verso l’esclusione, la deportazione e l’assassinio di milioni di persone. Riproporla senza un filtro critico significa banalizzare quella violenza, ridurla a estetica, a linguaggio visivo pronto per essere riutilizzato e consumato.

Che questi articoli siano stati segnalati da utenti e restino comunque disponibili apre un ulteriore interrogativo sul ruolo delle grandi piattaforme digitali. Etsy, come altri colossi dell’e-commerce, si presenta come uno spazio creativo, aperto e regolato da principi di inclusione, ma continua a dimostrare una difficoltà strutturale nel riconoscere le forme contemporanee dell’odio quando esse si mascherano da espressione culturale o da presunto orgoglio identitario. Non si tratta di censurare la storia o di vietare la vendita di oggetti legati alla memoria, bensì di comprendere che esistono simboli che non possono essere trattati come merci neutre senza produrre un danno simbolico profondo.

In un momento storico in cui l’antisemitismo torna a manifestarsi con una disinvoltura che inquieta, anche sotto forma di ironia, provocazione o finto sostegno, episodi come questo segnalano una deriva più ampia. La memoria della Shoah rischia di essere svuotata, frammentata e ricomposta secondo logiche commerciali, perdendo il suo carattere di monito e diventando un repertorio visivo da sfruttare. È un processo lento, ma costante, che non passa solo dalle piazze o dai social, bensì anche dai carrelli virtuali di un sito di vendita.

La domanda, a questo punto, non riguarda solo Etsy, ma ognuno di noi. Fino a che punto siamo disposti a tollerare che i simboli della persecuzione vengano normalizzati e rimessi in circolo senza alcuna responsabilità? E quanto tempo ci vorrà prima che questa leggerezza diventi, ancora una volta, una forma di violenza accettata?


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