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Starmer contro Trump e Putin

Il premier britannico rompe con la Casa Bianca, collega le guerre all’aumento delle bollette e chiede a Israele di fermare le operazioni nel nord

Rosa Davanzo

Tempo di Lettura: 4 min
Starmer contro Trump e Putin

Il linguaggio cambia quando la pressione interna diventa insostenibile, e Keir Starmer lo ha fatto capire con parole che raramente si sentono tra alleati occidentali, arrivando a mettere sullo stesso piano Donald Trump e Vladimir Putin mentre sullo sfondo si intrecciano crisi energetica, guerra e instabilità regionale. L’intervento del primo ministro britannico, pronunciato in un podcast politico di ITV, ha condensato in pochi minuti una frattura che non riguarda solo i rapporti tra Londra e Washington, ma investe l’intero equilibrio tra politica estera e tenuta economica interna.

Starmer ha scelto un registro diretto per non dire brutale, spiegando di essere esasperato dal fatto che le famiglie britanniche debbano affrontare bollette dell’elettricità sempre più imprevedibili a causa di decisioni prese lontano dai confini del Regno Unito, e ha indicato nelle guerre e nelle tensioni globali un fattore che si riflette in modo immediato sulla vita quotidiana. Il riferimento a Trump e Putin, accostati come responsabili di dinamiche che destabilizzano i mercati energetici, introduce un elemento nuovo nel rapporto con gli Stati Uniti, che negli ultimi mesi si era già incrinato dopo il rifiuto britannico di mettere a disposizione risorse militari per operazioni contro l’Iran.

Quella scelta, maturata tra pressioni interne e calcoli strategici, aveva segnato una distanza che Washington non ha mai davvero assorbito, e le dichiarazioni dello stesso Trump, che aveva messo in discussione la leadership di Starmer arrivando a evocare il confronto con Churchill, avevano contribuito ad alzare il livello dello scontro. In questo contesto, l’uscita del premier britannico appare come una risposta che tiene insieme politica estera e consenso interno, perché il tema energetico rappresenta oggi uno dei punti più sensibili per l’elettorato.

Nel ragionamento di Starmer, la crisi mediorientale resta un elemento centrale, anche dopo l’annuncio di un cessate il fuoco tra Stati Uniti e Iran che, almeno sulla carta, dovrebbe ridurre la pressione sui mercati. Il premier ha sottolineato che gli effetti del conflitto restano visibili, mentre il nodo dello Stretto di Hormuz continua a pesare sulle rotte energetiche globali, con una questione ancora aperta legata alle condizioni di transito delle navi e all’eventuale imposizione di pedaggi da parte di Teheran, ipotesi che secondo diverse ricostruzioni circolate nelle ultime settimane rientrerebbe nelle trattative informali tra le parti.

Nel mezzo di questo scenario, Starmer ha rivolto anche un messaggio a Israele, chiedendo la cessazione delle operazioni nel nord, con un riferimento esplicito al fronte libanese che negli ultimi mesi ha visto un aumento delle tensioni tra Israele e Hezbollah, e che rischia di trasformarsi in un ulteriore fattore di instabilità in una regione già attraversata da conflitti multipli. Le sue parole indicano una linea che prova a mantenere una posizione autonoma rispetto a Washington, pur restando dentro l’orbita occidentale.

La strategia britannica sembra muoversi lungo un equilibrio delicato, perché da un lato Londra punta a rafforzare l’indipendenza energetica e a ridurre l’esposizione alle crisi esterne, come dimostrano le recenti discussioni su investimenti nelle rinnovabili e nella sicurezza delle forniture, mentre dall’altro deve gestire un rapporto con gli Stati Uniti che resta centrale sul piano militare e diplomatico. Le dichiarazioni di Starmer, lette in questa prospettiva, rappresentano un segnale che va oltre la polemica del momento e che apre una fase in cui gli alleati occidentali si trovano a ridefinire priorità e margini di autonomia.

Resta da capire quale sarà la risposta americana e se le tensioni si tradurranno in scelte concrete, perché la relazione tra Londra e Washington ha sempre mostrato una capacità di assorbire anche gli scontri più duri, ma questa volta il contesto appare diverso, segnato da una molteplicità di crisi che si riflettono direttamente sulle economie e sulle società, rendendo ogni presa di posizione più carica di conseguenze.


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